Dpcm, dramma ristoranti. Lo sconforto di Luciano: “Questo governo ci ha tolto anche gli occhi per piangere”

Dpcm, dramma ristoranti. Lo sconforto di Luciano: “Questo governo ci ha tolto anche gli occhi per piangere”

26 Ottobre 2020 1 Di direzione

Lavora dal 1959, dalle 6 del mattino alle 23. Nel suo ristorante (“da Luciano” alla Balduina, in via Prisciano a Roma) si mangia benissimo. Ma è difficile sapere per quanto tempo ancora. Luciano Arrigoni, il titolare, è davvero stanco, lo conosco da oltre vent’anni, ci frequentiamo praticamente ogni domenica al suo tavolo.

Siete sempre al centro voialtri, la Castelli vi voleva pure far cambiare lavoro…
“Questi quando parlano in televisione, sembra di stare alla Corrida di Corrado (su dieci che parlavano otto erano sguaiati che non sapevano che dire) o su Scherzi a Parte. Sono una banda di squinternati”.
Quando hai cominciato questo mestiere?
“Nel 1959”.

Quando io nascevo…
“Sì, 61 anni fa, ne avevo dodici”.

Quanti lavorano con te?
“Otto persone, quattro di famiglia”.

Rischiano di smettere?
“Finora ho cercato di evitare la crisi, ma se andiamo avanti così sicuramente sì”.

Tasse, le paghi?
“Per amor di Dio. Tutte, sempre pagate. Comprese quelle per il personale. Tutto”.

Perché Conte vi vuole chiusi? Avete il virus tra i vostri clienti?
“Può darsi, questa è una bella domanda. Immagino che ci sia qualche gioco politico sotto, non riesco a capire. Non aiutano chi incrementa il lavoro, chi produce.
Tanti anni fa conobbi un vecchio commerciante che vendeva le scarpe. La sera, quando uscivamo fuori, mi diceva ‘a regazzi’, dai che stasera annamo bene tutti. I marciapiedi erano pieni di gente. Quando la gente gira – mi diceva – spende soldi”.

Adesso non c’è nessuno, è il deserto del Sahara.
“La sera c’è il coprifuoco, la gente è terrorizzata”.

Quale sarebbe la misura giusta per i ristoranti?
“Che se ne vadano tutti a casa. Anche perché io conosco bene quel signore che ce li ha portati qui a Roma. Si chiama Beppe Grillo. Lo ricordo bene quando il suo agente mi dava del pirla perché gli dicevo che pagavo le tasse. Lui diceva di non farlo”.

Quali conseguenze ci saranno per la categoria con la chiusura alle 18 di ogni giorno?
“E’ una presa in giro farci chiudere alle 6 del pomeriggio. Che dobbiamo fare a quell’ora? In realtà finiremo alle 15 perché il personale ha anche diritto a vedere la famiglia. Poi lo faccio tornare per nulla?”.

Come vi regolerete per non chiudere?
“Durante il lockdown ho fatto un tentativo, con l’asporto e il delivery. Certo, prese piede. Ma in un contesto di briciole”.

Temi di dover chiudere?
“Sì, se andiamo avanti così. Vedi, con otto persone, abbiamo 1650 euro al giorno di spese. Se venissero cento persone al giorno, dovremmo pretendere una tangente – altra parola non c’è – di 16,50 euro per ciascuno a prescindere da ciò che si mangia”.

Pane e amarezza.
“Sì, tanta. Al periodo del lockdown ho dovuto anticipare la cassa integrazione al personale, sono padri di famiglia e hanno dovuto aspettare mesi per incassarla.
Ma fino a quando potrò? Non abbiamo più neanche gli occhi per piangere…”.