Il caso Bonafede-Di Matteo e i processi a Salvini: giustizia, un cortocircuito tutto italiano

Il caso Bonafede-Di Matteo e i processi a Salvini: giustizia, un cortocircuito tutto italiano

8 Maggio 2020 0 Di direzione

L’Italia, si sa, è un Paese strano. Bellissimo, ma strano. E non è strano solamente per la sua “buffa” forma a stivale, bensì per tutte le sue contraddizioni, ipocrisie, il doppiopesismo e la doppia morale. Soprattutto in politica.

Ecco. L’Italia è quel Paese in cui l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini finirà a processo per sequestro di persona per il caso della nave Gregoretti (dopo aver sventato il primo assalto giudiziario relativo alla Diciotti) per aver difeso i confini italiani. E allo stesso tempo l’Italia è quel Paese in cui il magistrato Nino Di Matteo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo (e sotto scorta dal 1993), accusa il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede di avergli negato una promozione (al Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) in seguito alle “lamentele” di alcuni boss mafiosi.

Bene, almeno per il momento però nessuno in Italia – esclusi i pochi che si sono espressi– ha chiesto a gran voce le dimissioni del Guardasigilli pentastellato, né tantomeno che riferisca e che risponda nelle sedi opportune a queste accuse gravissime con la “a” maiuscola. Ovviamente, larghissima parte della stampa, quella mainstream, ha tenuto e sta tenendo il profilo basso sul caso, tra chi difende con prudenza Di Matteo e chi invece sostiene sempre con prudenza Bonafede.

Possibile tutto questo? Certo che sì: è l’Italia! E di mezzo, in questo caso, non c’è un ministro della Lega, ma un uomo del Movimento 5 Stelle, partito di maggioranza sia nel governo gialloverde sia in questo giallorosso, frutto del tradimento e dell’inciucio della scorsa estate con il Partito Democratico.

Ma non solo. Bonafede è uomo fidato, anzi fidatissimo di Giuseppe Conte, dal momento che è stato proprio l’avvocato civilista di Mazara del Vallo a presentare l’avvocato Conte ai vertici del M5s nel 2018 come possibile presidente del Consiglio. Già, perché Bonafede è stato assistente del professor Conte all’Università di Firenze.

Quindi, ecco servito un trionfo di contraddizioni, ipocrisie, doppia morale e doppiopesismo. Dal momento che, per riprendere un concetto tanto caro quanto non rispettato dai 5 stelle, “uno vale uno”, ma alcuni a quanto pare valgono più degli altri. Soprattutto se sono in orbita grillina.

Le accuse del controverso Di Matteo – fino al giorno dell’affondo a Bonafede “eroe” dei pentastellati, che lo avrebbero persino voluto titolare del dicastero della Giustizia stessa – sono tutte da dimostrare e non parteggiamo per nessuno dei due, però ci auspichiamo che chi di dovere indaghi bene e a fondo sulla questione. Bonafede ha respinto in toto le critiche, dicendosi sorpreso ed esterrefatto per le accuse del magistrato. Bonafede inoltre ha un’altra grana bella grossa alla quale deve rispondere, ovvero la decisione – presa attraverso il Dap – di scarcerare i boss mafiosi perché malati e/o a rischio di contrarre il coronavirus in prigione. Dopo aver aperto le celle, ha annunciato la retromarcia: “Pronto un decreto per riportarli in galera”

In un Paese normale o comunque meno strano dell’Italia un ministro della Giustizia che ha fatto uscire i boss e che è accusato di aver ceduto alle pressioni mafiose si sarebbe probabilmente e immediatamente dimesso, per preservare l’onore e la credibilità personale, del lavoro che ricopre e quello dello Stato. La cosa non è (ancora) successa e qualora si apra un’indagine e venisse appurata la verità della tesi di Di Matteo, ci troveremmo di fronte a un fatto gravissimo. Ma non è che la situazione attuale sia meno grave e imbarazzante per Bonafede, M5s e governo giallorosso stesso, Conte compreso.

Nel mentre l’unica certezza “giuridica” riguarda Salvini, visto che in data 4 luglio il tribunale dei ministri di Catania inizierà il processo a carico dell’ex titolare del Viminale per sequestro di persona per aver bloccato per quattro giorni lo sbarco degli immigrati a bordo della Gregoretti. Il cortocircuito della giustizia italiana, almeno a noi, pare fin troppo evidente.