Coronavirus, il metodo che evita la strage: “Nessun paziente è morto”

Coronavirus, il metodo che evita la strage: “Nessun paziente è morto”

8 Maggio 2020 0 Di direzione

Piacenza inondata di contagi. I primi morti. Poi l’idea del dottor Luigi Cavanna: la cura casa per casa. “Così i pazienti guariscono”

“Ricordo un tardo pomeriggio al pronto soccorso. Parlavo con i miei colleghi. Avevamo le maschere, i caschi, il sibilo dell’ossigeno che arrivava all’orecchio. Sembrava di vedere una cortina di fumo. Faceva paura”. Piacenza, febbraio 2020. Se chiudiamo gli occhi e torniamo a quei giorni, i ricordi possono farsi confusi. È tutto così frenetico: i primi contagi, l’allarme coronavirus, la chiusura, le riaperture, gli ospedali pieni, le bare.

La morte. Nel marasma della provincia emiliana al confine con la Lombardia, la più colpita in Italia in proporzione agli abitanti, gli operatori sanitari combattono una battaglia ad armi impari. I reparti vengono trasformati in zone Covid, le sale operatorie in terapie intensive. I nosocomi nelle aree periferiche devono essere riconvertiti. I ricoveri si contano a centinaia. Mentre le vittime cadono una dietro l’altra, un medico piacentino ha un’illuminazione: perché continuiamo ad ammassare i pazienti in ospedale, perché li facciamo arrivare in pronto soccorso quando ormai gli manca l’aria, invece di aggredire prima la malattia?

Luigi Cavannaprimario di Oncologia, oggi è conosciuto come il padre del “metodo Piacenza”. Voce pacata, eloquio ordinato. Riesce a rendere chiaro anche quello che a molti appare oscuro. “All’inizio si pensava fosse una infezione virale, forse più brutta dell’influenza, ma nulla di così rilevante. Poi ci siamo resi conto che invece è una malattia drammaticamente seria”. In poche parole il suo rivoluzionario approccio al coronavirus può essere riassunto così: “Il paziente deve essere trattato tempestivamente e questo vuol dire che va curato a casa”. Semplice, eppure piuttosto complesso. Soprattutto se devi inventarlo quando, nei primi istanti dell’epidemia, la scienza medica si sta dirigendo in massa nella direzione opposta. “Se torniamo indietro nel tempo, ricorderete che tutte le televisioni, nazionali o locali, facevano questa raccomandazione agli italiani: state a casa e non andate al Pronto soccorso. Il problema è che diverse persone hanno seguito il consiglio assumendo solo tachipirina e alla fine non riuscivano più a respirare, chiamavano il 118 e arrivavano di corsa in ospedale”. A quel punto i medici si trovavano di fronte ad un malato ormai quasi irrecuperabile. “Il virus – spiega Cavanna – all’inizio si moltiplica, poi innesca una risposta immunitaria dell’organismo che determina una infiammazione che distrugge gli alveoli dei polmoni”. In poco tempo gli organi si lacerano per sempre. “Quando il danno è fatto, è difficilmente recuperabile. È per questo che poi tante persone non ce l’hanno fatta”.

Di necrologi le pagine dei quotidiani piacentine sono piene. Soprattutto nelle prime due settimane. “Lavoro in oncologia ed ematologia, reparti abituati a confrontarsi con la sofferenza e la morte – racconta Cavanna – Ma in quei giorni ho avuto l’impressione ci trovassimo di fronte a qualcosa mai visto prima. Faceva paura, talmente tanti erano i malati in quei lettini di fortuna. Le ambulanze arrivavano in fila a portare altri pazienti, io mi guardavo intorno, incrociavo gli occhi dei colleghi. Avevamo la percezione di non farcela”. È in quello stato di impotenza che sboccia l’idea di cambiare approccio. “Nelle riunioni cercavamo sempre di aumentare i posti nelle emergenze e nelle rianimazioni, ma poi abbiamo capito che questa è una infezione virale che ti lascia del tempo per intervenire. Non è un ictus, un infarto o un arresto cardiaco che colpiscono in pochi minuti o in pochi secondi: ti lascia una settimana o anche 10-15 giorni”. C’è quindi spazio per agire prima che il quadro clinico si aggravi. Il ragionamento è logico: se il paziente in ospedale viene sottoposto a un trattamento basato su un antivirale e sull’idrossiclorochina (un antimalarico), tutti farmaci che si assumono per via orale, cosa ci impedisce di iniziare la cura all’insorgere di primi sintomi? “Ci siamo detti: cerchiamo di andare nelle case, non solo per la semplice visita ai malati, ma con tutto l’occorrente per curare la malattia tempestivamente”.

Così il 1° marzo Cavanna e un infermiere iniziano il loro tour a domicilio. Sono spedizioni diverse da quelle realizzate da altre Unità speciali (Usca) in Italia. Non vanno solo a visitare il paziente a casa o a fare il tampone, sono lì per curarlo come se fossero in ospedale. Con loro portano i Dpi, un termometro, i palmari per realizzare l’ecografia sul posto, un saturimetro, il tampone e un kit di farmaci già pronti all’uso. Compresa l’idrossiclorochina, già usata contro Sars e malaria. “Se l’ecografia toracica è dubbia e mostra polmoniti interstiziali – racconta l’oncologo – dopo aver chiesto il consenso del paziente, consegniamo i farmaci e gli diciamo: ‘Lei inizi la terapia, anche in attesa del risultato del tampone’. Alle persone che presentano polmoniti severe lasciamo anche l’ossigeno. Poi ogni giorno i pazienti ci comunicano i dati della propria saturazione, in modo da poterli monitorare dall’ospedale”.

I primi esperimenti Cavanna li porta avanti (quasi) da solo. Poi dal 15 marzo l’Ausl piacentina si organizza e mette in pieni alcune Usca dedicate allo scopo. “La prima fu una paziente oncologica, una signora che vive da sola”, ricorda Cavanna. “Era entrata al pronto soccorso con la febbre, la tac aveva evidenziato una polmonite interstiziale, ma lei aveva atteso lì per dieci ore. Poi aveva firmato la cartella, chiamato un taxi e si era fatta portare indietro. Il giorno dopo mi ha chiamato dicendomi: ‘Io sono a qui, da sola, sto male. O mi venite a visitare a casa o io muoio’. Lei cosa avrebbe fatto?”. Domanda retorica. “Il dramma di questa infezione è che ha abituato gli italiani a morire da soli. Veder arrivare due sanitari a portare dei farmaci, che lasciano un numero di telefono da chiamare, un saturimetro e ti spiegano cosa fare, per loro era già una mezza salvezza. A me questo ha messo in crisi, perché i malati in un Paese evoluto non dovrebbero mai avere la percezione di sentirsi abbandonati”. In Italia, purtroppo, è andata così.

La cura “precoce” e “a domicilio” si rivela da subito molto efficace. “Le persone non peggiorano, guariscono prima e soprattutto non muoiono”. Presto i risultati degli studi sul “metodo Piacenza” saranno pubblicati su una rivista per dare informazioni alla comunità scientifica. Ma le analisi che a fine aprile Cavanna anticipa al Giornale.it sono straordinarie: “Su 250 pazienti curati a domicilio, le posso dire che nessuno di loro è morto. Né a casa né in ospedale. Di questi, è stato ricoverato meno del 5% e tutti sono tornati a casa, di cui la metà entro pochi giorni”. Si tratta di dati “veri”, “rilevanti” e “rincuoranti”, su cui occorrerà fare delle riflessioni. “Per tanto tempo si è discusso di aumentare i posti in terapia intensiva, una strategia criticabile – dice Cavanna – Ma quando un malato va in rianimazione lo dobbiamo vedere come il fallimento della cura. Dovrebbe essere l’ultima spiaggia: la malattia virale va aggredita precocemente”. Solo così si può sconfiggere il Sars-Cov-2, “ridurre gli accessi al pronto soccorso” e “bloccare la storia naturale” del morbo. Evitando un fiume di vittime.