“Che fine faranno i 5 Stelle”: ecco il futuro di Di Maio&Co.

“Che fine faranno i 5 Stelle”: ecco il futuro di Di Maio&Co.

8 Maggio 2020 0 Di direzione

I grillini sognano un governo senza alleanze, ma i loro autogol rendono irrealizzabile l’obiettivo: dietrofront sui temi storici, battaglie interrotte e assenza di un leader

Le drammatiche settimane caratterizzate dall’emergenza Coronavirus hanno apportato dei vantaggi al Movimento 5 Stelle: da una parte hanno placato (almeno per il momento) le varie lotte interne che stavano corrodendo i grillini, dall’altra hanno contribuito alla crescita del M5S nei sondaggi. Una situazione di apparente calma che a stretto giro rischia di tornare agitata e di minacciare quella fragile stabilità (ri)trovata negli ultimi mesi. Il governo è stato chiaro: in questo preciso periodo non servono polemiche in base al colore politico di appartenenza, ma bisogna consolidare un clima di unità nazionale per tentare di far ripartire il Paese, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista economico.

Ma c’è chi vuole iniziare a guardare al futuro: “L’ambizione mia che faccio parte del Movimento è quella un giorno di riuscire a governare da soli. Ci vorrà tempo, lo decideranno gli italiani”.

L’obiettivo posto da Luigi Di Maio non lascia campo a interpretazioni personali o ad ambiguità: i pentastellati vorrebbero prendere le redini di un esecutivo senza alcun tipo di alleanze. L’ipotesi di vedere i 5S soli al comando appare piuttosto lontana e improbabile, soprattutto dal punto di vista numerico: se non hanno raggiunto il traguardo in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ovvero nel momento del loro massimo successo, quando potranno conquistare tale scopo?

Le alleanze di governo

Le forti e rigide prese di posizione da parte dei gialli si sono poi rivelate molto deboli. “Non faremo mai alleanze con nessuno. Andremo sempre da soli”. Parole che venivano urlate dai palchi, scritte sui blog e ripetute nei Meetup. Ma abbiamo potuto notare come i grillini in realtà non abbiano fatto molta fatica nel passare da un governo con la Lega a uno con la sinistra. Con lo stesso presidente del Consiglio. E con entrambi i partner hanno perso progressivamente consensi. Sono stati completamente schiacciati dagli alleati, senza alcuna forza di reagire e con solo qualche timida risposta agli elettori che chiedevano che fine avesse fatto il Movimento.

Il contratto di governo con il Carroccio aveva inizialmente portato i suoi frutti, anche per il M5S: tra l’ottobre e il novembre del 2018 l’esecutivo gialloverde ha sfiorato (e a volte anche superato) il 60% di gradimento nei vari sondaggi. Ma sono stati mesi in cui non sono mancati litigi, ultimatum e frecciatine. I continui dissidi sono culminati con la crisi innescata da Matteo Salvini, che ad agosto ha detto stop all’esperienza con i 5 Stelle (dominati dalla Lega) e ha espresso l’intenzione di andare al voto per consegnare agli italiani una maggioranza di centrodestra.

L’intento di tornare alle urne è però fallito perché i pentastellati si sono immediatamente accordati con il Partito democratico per dare vita a un nuovo governo, il cui premier è restato Giuseppe Conte. L’avvocato del popolo si è scontrato duramente con l’ex ministro dell’Interno al Senato, procurandosi la fascia da leader degli anti-salviniani. Tuttavia il cammino dell’esecutivo giallorosso è partito fin da subito in salita nel gradimento dell’opinione pubblica, potendo contare sul gradimento di un solo intervistato su tre. Anche in questo caso i grillini sono stati surclassati dai dem.

Contattato in esclusiva da ilGiornale.itAlessandro Amadori ha fatto luce sulla complessità del passaggio da movimento a istituzione: “La differenza di fondo si è manifestata sia con la Lega sia con il Pd, che invece sono dei veri e propri partiti e sanno capitalizzare”. Questo però sembra non essere ancora alla portata del M5S, che si sta trasformando in una struttura di potere e sta acquisendo un nuovi tipo di approccio, di organizzazione interna. “Essendo perennemente a metà del guado, soffre nel momento in cui ha un partner di governo che invece il guado l’ha già attraversato”, fa notare il politologo. Anche perché governare significa mettersi in paragone con il partner di governo, quindi i limiti vengono fuori e si traducono in intenzioni di voto che scendono: “Soffre del confronto, e quando si confronta con un partner che invece è già istituzione paga pegno”.

La polarizzazione

Uno dei primi segnali del tracollo giallo è stato il risultato delle elezioni Regionali in Abruzzo, che si sono tenute il 10 febbraio 2019: Sara Marcozzi, data inizialmente come favorita, alla fine ha occupato la terza posizione. La vittoria del centrodestra è stata netta, con Marco Marsilio che ha ottenuto il 48% dei voti. La candidata 5S si è fermata al 20,2%, superata da Giovanni Legnini (centrosinistra) al 31,3%. Un durissimo colpo per il Movimento, che ha perso quasi 20 punti percentuali dalle elezioni Politiche del 2018, quando aveva conquistato l’Abruzzo con il 39,8% e 303.006 voti. Uno scivolo pazzesco anche rispetto al 21,4% ottenuto alle Regionali del 2014.

Pure le successive elezioni Regionali hanno rappresentato un vero e proprio fallimento, fino a quelle più recenti: in Umbria (7,4%), in Emilia-Romagna (4,7%) e in Calabria (7,3%). Numeri da lista civica che invece rappresentano una compagine di governo che decide le sorti del nostro Paese. I flop dei penstatellati hanno messo in risalto come sia sempre più netta la polarizzazione del voto in Italia, con le due principali coalizioni (centrosinistra e centrodestra) che hanno schiacciato tutti gli altri partiti. Anche per questo l’obiettivo di Di Maio può essere irraggiungibile: i 5 Stelle potrebbero essere chiamati – una volta per tutte – a collocarsi in uno schieramento di destra o di sinistra.

Il sondaggista non si dice sorpreso dalle amare sconfitte alle Regionali in quanto a suo parere in tale territorio vengono privilegiati i partiti tradizionali. Ma il Movimento in futuro affermerà la propria autonomia rispetto ai classici schieramenti? “Nel caso in cui si escludesse da una prospettiva di alleanze, tornerebbe nel suo alveo naturale, cioè il 10%“. Potrebbe dunque valere un elettore su dieci ed è quell’elettore che esprime una richiesta di alternatività al sistema: “È nato proprio con questa promessa, è il suo bacino isolazionistico naturale”. Il M5S è cresciuto quando ha fatto una promessa di governo, di entrare nel sistema per cambiarlo: “O si rassegna al dimagramento per tornare nell’area originaria oppure deve ragionare sulla sua natura e provare a completare il processo di trasformazione e collocarsi”. La sua natura ambigua lo ha portato ad ambientarsi sia con la Lega sia con il Partito democratico, poiché caratterizzata da tratti che lo avvicina al centrodestra e da altri che lo fanno somigliare al centrosinistra. Ma una collocazione nel centrodestra appare improbabile: “Dopo l’esperienza di rottura con il Carroccio, e pur mantenendo questa sua natura ibrida e duplice, ha preso un posizionamento strutturale più verso il centrosinistra“.

I dietrofront e le battaglie abbandonate

Le motivazioni del collasso pentastellato vanno trovate anche nei vari dietrofront sui temi storici e nell’abbandono di battaglie che avevano portato il M5S al trionfo. Un esempio? Il Tav. Da sempre contrario alla Torino-Lione, il Movimento 5 Stelle ha dovuto rinnegare se stesso e si è dovuto rimangiare ciò che per anni ha sostenuto. La beffa è che a schierarsi a favore dell’alta velocità è stato Conte: “Il progetto prosegue e non ci sono spazi per rimetterlo in discussione. Non può essere interrotto”. Gli esempi sono infiniti e probabilmente non basterebbe un libro per elencare tutte le piroette, ma non si può non menzionare la giravolta nei confronti dell’Europa. “Solo riacquistando una vera sovranità economica potremo far riprendere il Sud, schiacciato dalle politiche di austerity. Fuori dall’Euro!”, annunciava Di Maio in un video pubblicato il 12 dicembre 2014. La posizione dell’attuale ministro degli Esteri evidentemente è cambiata, visto che ora non ha usato quello spirito battagliero per opporsi al Meccanismo europeo di stabilità: il Mes prima era definito uno strumento vecchio e inadeguato, ora è invece considerata un’opzione da non escludere del tutto e sulla quale bisogna avviare una riflessione prima di prendere delle decisioni affrettate.

Per non parlare del Tap: i 5S si sono rimangiati la promessa di fermare il gasdotto salentino. Di Battista fu chiaro: “Con il governo del Movimento 5 Stelle quest’opera la blocchiamo in due settimane, in due settimane”. La promessa ovviamente fece impennare i consensi a favore dei gialli, che però sono al governo da quasi due anni e non l’hanno fermata. Anzi, il 26 ottobre 2018 il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha inviato al presidente del Consiglio la valutazione sul Tap, considerando l’opera legittima sul piano formale. Lo stesso premier ha poi dato il via libera definitivo: “Il Tap si deve fare, non ci sono illegittimità. Non è più possibile intervenire sulla realizzazione di questo progetto”. A rendere comico il tutto è stata la questione del “mandato zero” per i consiglieri comunali e municipali: “Un mandato, il primo, che non si conta per la regola dei due mandati, è un mandato che non vale”. Eppure sette mesi prima Di Maio aveva annunciato che la regola dei due mandati non era modificabile: “La regola dei due mandati non è mai stata messa in discussione e non si tocca. Né quest’anno, né il prossimo, né mai. Questo è certo”.

L’assenza di un leader

Un altro tema spinoso per il Movimento riguarda il capo politico. Dopo le dimissioni di Luigi Di Maio è subito partita la corsa per il sostituto. La figura momentanea di Vito Crimi dovrà essere presto sostituita. La dicitura di capo politico resterà o verrà abolita e dunque bisognerà iniziare con una leadership collettiva? Domanda che spacca i pentastellati: per ora non sanno cosa rispondere perché ci sono diverse posizioni, tesi e convinzioni. Sono 10 i big che si si contendono la guida del M5S: da Nicola Morra a Paola Taverna, passando per Roberta Lombardi, Chiara Appendino, Vito Crimi (il reggente che ha rivendicato di avere i pieni poteri da capo politico), Stefano Buffagni, Roberto Fico, Luigi Di Maio (potrebbe ricandidarsi per ricoprire quel ruolo che ha abbandonato) e Stafano Patuanelli. Ma su tutti c’è Alessandro Di Battista. Tornerà in campo? Quale sarà il suo ruolo? Quali potrebbero essere le sue intenzioni? Amadori giudica Dibba come un’eterna promessa, con un atteggiamento di presenza/assenza che potrebbe anche stancare gli elettori. Una carta latente che non è diventata atto: “Non ci può essere un’attesa infinita. Vedo la sua figura distante dal poter capitalizzare voti. È più una forza parallela, un protagonista di ieri”.

Un ruolo di prestigio potrebbe essere ricoperto da Giuseppe Conte: forte dei dati positivi nei confronti delle sue scelte intraprese nell’ambito dell’emergenza Coronavirus e abbagliato dai sondaggi che lo danno come leader politico più gradito in Italia, il presidente del Consiglio potrebbe lanciare il suo partito, magari a sostegno dei 5 Stelle. In molti sono infatti convinti che l’epidemia non ha fatto altro che accelerare “un processo già in atto”, come dimostra il ricorso ai social network per cercare di aumentare i followers. Si parla di una fazione “dei frontman dell’emergenza”, con ministri in prima linea che sarebbero sempre più affascinati dal progetto dell’avvocato. Con una figura attualmente così forte (sarà solida anche in futuro?) i grillini potrebbero trarne benefici. Ma, dati e scenari alla mano, il Movimento 5 Stelle sembra avviato (e forse destinato) verso la disintegrazione definitiva.

Il politologo è rimasto sorpreso dalla figura del premier: inizialmente scelto come carta neutra e poco visibile, ha avuto una crescita inconfutabile dal punto di vista della performance tanto da diventare un asset politico. Anche se non è da escludere che possa essere sopravvalutato in termini di consenso fiduciario: nelle emergenze è tipico degli immaginari collettivi stringersi attorno al governo. Ha saputo muoversi in maniera abile, dimostrando doti politiche che non gli erano state attribuite: “Su questo non ci sono dubbi. Gli altri politici sono spariti, lui è il protagonista, questo è fuori discussione”. Il brand Conte si è formato attraverso l’esperienza con i 5 Stelle, è un loro prodotto, l’hanno creato con i loro stessi limiti e lo hanno fatto emergere: “Avrebbero tutto l’interesse di capitalizzare questo consenso fiduciario“. Occorre comunque sottolineare che si tratta appunto di fiducia e non di vero e proprio consenso elettorale: “Non possiamo pensare che lui possa far vincere un’elezione. La fiducia è una cosa, l’intenzione di voto è un’altra”.