Al Qaeda è pronta a risorgere.Ecco il suo regno del terrore.

Al Qaeda è pronta a risorgere.Ecco il suo regno del terrore.

7 Maggio 2020 0 Di direzione

Dall’11 settembre Al Qaeda ha cambiato pelle e ora è più decentrata.Il vero pericolo adesso sono i gruppi locali.

AL QAEDA TRA PERDITA DI LEADERSHIP E SFIDE DEI GRUPPI AFFILIATI

Gli attentati dell’11 settembre hanno cambiato tutto. Anche Al Qaeda. Le guerre che dal 2001 in poi hanno percorso la regione, dall’Afghanistan alla Siria, non hanno solo ridisegnato i destini del Medio Oriente. Hanno anche scosso profondamente l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden nelle sue fondamenta.

Colpita al cuore dalla caduta del regime talebano dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, Al Qaeda ha attraversato periodi difficili come la morte dello sceicco saudita, il passaggio di consegne a Ayman al-Zawahiri e soprattutto l’ascesa dell’Isis, capace addirittura di creare un Califfato. In tutto questo Al Qaeda ha saputo cambiare pelle e sopravvivere, lavorando sulla capacità di decentrarsi. Anche se questo in molti casi ha voluto dire minare le fondamenta stesse del gruppo.

La perdita della centralità afghana

Fino all’inverno del 2001 l’Afghanistan ha rappresentato un rifugio sicuro per Al Qaeda. Ma la guerra al terrore scatenata dall’amministrazione Bush ha rimesso tutto in discussione. Ha portato alla fuga dei leader storici, alla cattura di alcuni di loro e alla distruzione di decine di centri di reclutamento e addestramento. La pressione massima è arrivata il 2 maggio 2011 con la morte di Bin Laden in un compound di Abbottabad, in Pakistan. Sembrava che il colpo mortale all’organizzazione fosse arrivato, ma in realtà così non è stato. Il conflitto in Afghanistan si è trascinato ancora per nove anni con momenti di tensione più o meno crescente. Il governo di Kabul, che ha sostituito la leadership talebana, non ha mai dato segno di essere forte e stabile. E ancora oggi la pressione degli eredi del Mullah Omar resta alta. Diverse province del Paese sono fuori dal controllo dell’autorità locale, e una “pace” che non li comprenda al tavolo dei negoziati è praticamente impossibile.

Non è un caso che alla fine di febbraio il governo americano abbia trovato un’intesa coi talebani per completare il ritiro degli oltre 12mila uomini ancora presenti nel Paese. Tra i punti dell’accordo c’è anche quello in cui i miliziani si impegnano a non rendere l’Afghanistan un Paese rifugio per le organizzazioni terroristiche. Tra queste ovviamente Al Qaeda. Ma quello che resta del gruppo originario al momento è poca cosa. Secondo i rapporti di intelligence i capi storici si muovono tra Afghanistan e Pakistan, come ha dimostrato la notizia della morte di Hamza Bin Laden, figlio del fondatore e candidato a guidare il gruppo, ucciso lungo il confine. Non sono però da escludere anche viaggi in Iran, come hanno dimostrato i movimenti di due leader storici: Saif al-Adel e Abdullah Ahmed Abdullah.

Nell’area, soprattutto in Pakistan, opera anche Aqis, Al Qaeda nel subcontinente indiano. Si tratta di uno dei rami dell’organizzazione più piccoli e deboli. Nel novembre scorso il dipartimento della Difesa Usa ha scritto nero su bianco che la costola asiatica non supera i 300 miliziani e che più che rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale, sta concentrando i suoi sforzi per “sopravvivere”.

Negli anni, visto anche il trasferimento di alcune figure chiave della leadership centrale in Siria, come nel caso di Abu Khayr al-Masri ucciso in un raid americano nella provincia di Idlib, Aqis si è qualificata come interlocutore diretto dei talebani: in parte inserendo alcuni dei suoi uomini tra le fila degli studenti del mullah, in parte dirigendo alcuni centri di addestramento. La stessa Dia (Defense intelligence agency) ha confermato che nel 2019 che il Al Qaeda ha ceduto tutte le operazioni sul campo al suo gruppo affiliato.

Nata nel 2014 per volontà dello stesso al-Zawahiri, Aqis opera in stretto contatto con miliziani locali nell’area che va dal Pakistan ai Paesi del Sud-Est asiatico. Non a caso uno dei leader del gruppo, Asim Umar di nazionalità indiana, è stato ucciso nel settembre del 2019 in compound talebano nella provincia di Helmand.

Se la debolezza di Al Qaeda e Aqis in Afghanistan è evidente, non significa che siano vicini alla sconfitta. Come evidenziato anche in un rapporto Onu pubblicato a gennaio, le connessioni tra i capi talebani e quelli qaedisti restano molte, con i primi che garantiscono protezione e i secondi che forniscono risorse e addestramenti per i combattenti. Non solo. I legami tra le due formazioni sarebbero garantiti anche da matrimoni congiunti. La stessa morte di Umar, avvenuta insieme a miliziani talebani e a un corriere di al-Zaqahiri, dimostra che i talebani dialogavano con Al Qaeda anche durante i colloqui di Doha con gli americani. A questo punto le incognite restano due: se Aqis sia in grado di colpire fuori dalla sua sfera di competenza e se intenda farlo. Magari evitando i contraccolpi dello scenario siriano.

La scissione siriana che ha colorato il gruppo

Per Al Qaeda le cosiddette Primavere arabe e la guerra civile siriana hanno rappresentato quasi un’occasione mancata. Fin dalle primissime battute in Tunisia, Egitto e Libia, “la base” ha mosso uomini e finanze per allargare la sua sfera di influenza, arrivando anche a creare nuovi rami della propria organizzazione. In Siria già nel 2012 al-Zawahiri aveva dato l’ordine di creare un’unità specifica che si occupasse di combattere contro il regime di Bashar al Assad facendo di fatto nascere Jabhat al-Nuṣra. Attiva soprattutto nel Nord-Est della Siria Al-Nusra ha mostrato un volto nuovo di Al Qaeda. Non più un élite di combattenti d’avanguardia dediti ad attaccare l’Occidente, ma una forza capace di esercitare un controllo su una fetta del territorio. Un’attitudine che da lì a poco avrebbe mostrato molto bene anche lo Stato islamico.

Dopo i successi militari sul campo tra il 2013 e 2015, nel 2016 l’organizzazione decide di recidere i legami con la leadership storica facendo nascere una nuova formazione, Jabhat Fatḥ al-Sham. Un maquillage in grado di togliere la patina “terroristica” per proporsi come interlocutore credibile. Poco meno di sei mesi dopo, nel gennaio 2017 arriva il secondo rebranding con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, una nuova sigla che ospita non solo vecchi elementi di al-Nusra ma anche nuove e più piccole formazioni.

Fin dalle prime avvisaglie la leadership di Al Qaeda ha respinto l’intera operazione dichiarando di fatto che il gruppo non è più una legittima costola dell’organizzazione. Hts, nei fatti, è la rappresentazione plastica del fallimento di Ayman al-Zawahiri e dell’incapacità del nucleo storico di controllare la “localizzazione” della lotta. Questo però ha mostrato uno dei paradossi che il nucleo storico si trova ad affrontare: come gestire gli affiliati in contesti in cui sono richieste decisioni da prendere in tempi rapidi.

Quello che è mancato, ha sottolineato l’analista Charles Lister, è il controllo dei leader del gruppo. Non a caso gli stessi vice del medico egiziano si erano spaccati sul rebrandig del 2017: Abu Khayr al-Masri aveva infatti dato il suo via libera senza sentire Abdullah Ahmed Abdullah e Sayf al-Adel.

Il “tradimento” siriano ha costretto la leadership a creare un nuovo gruppo con la nascita nel febbraio del 2018 di nascita Hurras al-Din. Sulla nuova formazione arriva la benedizione dello stesso al-Zawahiri che però ribadisce: sia un soggetto dedito alla guerriglia e non al controllo del territorio. Nei mesi successivi, fino al 2020, Hurras al-Din inizia a fare da calamita nei confronti di vari miliziani, non solo ex membri dello Stato islamico, ma anche delusi di Hts e altre formazioni più piccole come Ansar al-Tawhid. Attualmente, stando a un dossier dell’Onu, i combattenti stimanti sarebbero tra i 3.500 e i 5mila per lo più provenienti da Egitto, Giordania, Marocco, Arabia Saudita e Tunisia.

La riconfigurazione intorno a Hurras ha riacceso anche i riflettori degli Stati Uniti. Nel giugno dello scorso anno, infatti, velivoli americani hanno bombardato una zona nei pressi di Aleppo tornando a colpire la regione dopo due anni. Nello strike, si legge in un comunicato dello Us Central Command, sono stati uccisi diversi operativi di Al Qaeda che progettavano di colpire obiettivi sensibili in occidente, americani e alleati. Due mesi dopo il dipartimento di Stato americano ha messo una taglia di cinque milioni di dollari sulla testa di alcuni leader del gruppo. La pericolosità della nuova formazione siriana è tutta da dimostrare, ma gli ultimi movimenti hanno fatto vedere come l’idea della leadership centrale sia quella di tornare a una purezza iniziale.

Il successo del modello yemenita

In tutt’altra direzione è andato il ramo di Al Qaeda in Yemen, Aqap (Al Qaeda nella Penisola arabica). Nel Paese, dove infuria la guerra dal 2015, la situazione è disastrosa. Nella battaglia tra il movimento sciita degli Houthi, sostenuti dall’Iran, e quello che resta del governo centrale appoggiato dall’Arabia Saudita, ad approfittarne sono stati sia i movimenti separatisti del Sud e che le organizzazioni terroristiche. Tra queste in prima linea si è collocata Aqap. Nata nel 2009 dalla fusione delle cellule saudite e yemenite ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano dentro e fuori lo Yemen, con una forza di circa 6-7mila uomini. Più di tutte è stata quella capace di coniugare un certo controllo del territorio con la propensione “avaguardista” anti occidentale, basti pensare all’attentato contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo a Parigi nel 2015.

Secondo i rapporti di intelligence forniti agli analisti delle Nazioni Unite, Aqap attualmente conduce due tipi di attività: guerriglia e controllo del territorio. Attivi soprattutto nel governatorato di Bayda, i miliziani sono impegnati in una campagna contro alcuni combattenti dell’Isis, appoggiati dagli Houthi. Anche per questo sono stati registrati trasferimenti massicci di armi dal governatorato di Ma’rib verso sud. E sempre a sud le forze qaediste hanno tenuto impegnata la Security Belt Forces, una milizia separatista appoggiata dagli Emirati arabi uniti, con feroci combattimenti. 

La capacità di spostarsi in vaste porzioni del territorio è dettata dal buon rapporto dei combattenti con le tribù locali, non solo a Ma’rib, ma anche più a Est. Il distretto di Abr, lontano dal controllo delle forze vicine al presidente Abdel Rabbo Mansour Hadi, si sta rivelando un porto sicuro per molti combattenti di Al Qaeda soprattutto per quelli provenienti dall’Arabia Saudita.

Nell’ultimo anno il conflitto è diventato sempre più complesso. Riad è rimasta impantanata in una guerra che non riesce a vincere, nonostante i massicci raid aerei. Il rapporto con Abu Dhabi si è logorato e sul terreno le spaccature nel fronte anti houthi si sono acutizzate, con le milizie del sud pronte alla secessione e quelle vicine al presidente Hadi in difficoltà di fronte alle nuove offensive delle forze sciite. In mezzo prospera Al Qaeda che spesso fugge da ponte tra i vari attori. Un esempio su tutti. Nel 2018 Associated Press ha raccontato di aver parlato diversi leader di Aqap e che alcuni di questi avevano raccontato che almeno due ufficiali di rango delle milizie saudite impegnate nella riconquista della città portuale di Hodeidah provenivano dalle loro file.

Non è un caso quindi che tra il 2019 e inizio 2020 gli Usa abbiano affinato la mira e colpito i vertici dell’organizzazione. Il 1 gennaio 2019 un drone è entrato in azione a Ma’rib uccidendo Jamal Ahmad Mohammad Al Badawi, considerato una delle menti dell’attentato alla nave militare Usa Cole avvenuto nell’ottobre del 2000. E un anno dopo, il 29 gennaio 2020, un drone della Cia ha invece ucciso Qassim al-Rimi, considerato il capo di Aqap, con un’operazione chirurgica nel governatorato di Bayda.

Le convergenze islamiste in Africa occidentale

Al Qaeda sta sperimentando il modello ibrido anche in un altro contesto: l’Africa Nord-Occidentale. Qui le strategie sono state diverse a seconda dei contesti. Prendiamo ad esempio le proteste in Algeria che hanno portato alla cacciata del presidente Abdelaziz Bouteflika, in questo caso Al Qaeda si è schierata in favore dei manifestanti senza però mai passare ad azioni violente vere e proprie. L’idea è stata quella di mantenere in basso profilo soprattutto nel Nord Africa. Al momento gli sforzi si concentrano sopratutto sul controllo dei flussi attraverso le frontiere, in particolare intorno al Passo di Salvador, in Niger. Un punto di frontiera tra Libia, Algeria e Niger attraverso il quale viaggiano armi, droghe e migranti.

Le attività più pericolose si svolgono però più a sud, nella fascia del Sahel, in particolare nel triangolo tra Mali, Niger e Burkina Faso. Qui il cambio di passo è avvenuto nel marzo del 2017 con la nascita del gruppo Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (Jnim), una fusione di varie sigle jihadiste come il ramo maliano di Al Qaeda nel Maghreb islamico, al-Mourabitoun e Ansar Dine. Jnim da tre anni conduce attentati e combatte contro gli eserciti locali e i soldati francesi dell’operazione Barkhane e ha creato le condizioni per redente il Nord del Mali un luogo sicuro per i miliziani da cui lanciare attacchi. Oltre agli attentati i miliziani, con l’appoggio di attivisti di alcune organizzazioni non governative, hanno lanciato vaste campagne di propaganda nelle comunità locali in Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Togo.

A preoccupare è però anche un fenomeno nuovo. Mentre in Siria o Yemen, gli uomini di Al Qaeda combattono apertamente con lo Stato islamico, tra le sabbie del Sahara stanno avvenendo fenomeni opposti. A febbraio Dagvin Anderson, a capo delle operazioni speciali dell’esercito americano in Africa, ha raccontato al Washington Post che sembra esserci un disegno per unificare più formazioni jihadiste sotto un’unica bandiera. Al momento i miliziani stanno lavorando soprattutto per consolidare il controllo dei flussi, addestrare nuove truppe e raccogliere fondi evitando di dichiarare la nascita di una qualsiasi forma di califfato per attirare l’attenzione. Con il rischio che tra poco meno di un anno scoppi una guerra su scala ancora più ampia.

I successi nell’affiliazione con Al-Shabaab

Dove Al Qaeda non è mai davvero sbarcata è il Corno d’Africa. Soprattutto in Somalia l’azione jihadista è portata avanti da Al-Shabaab, la milizia nata dalle ceneri delle corti islamiche che nel 2012 ha giurato fedeltà direttamente ad Ayman al-Zawahiri. Pur non essendo un vero e proprio ramo dell’organizzazione, le forze qaediste hanno appoggiato da subito i miliziani somali fornendo soprattutto appoggio logistico tramite Aqap e sul piano della propaganda. Oggi, dopo anni di guerriglia, la forza di Al-Shabaab è conclamata.

In Somalia nel mirino ci sono sopratutto uomini e strutture governative e le forze della missione dell’Unione africana nel Paese. Ma non solo. Nel tempo sono state colpite anche strutture occidentali come lavoratori o truppe straniere. Ne sanno qualcosa i soldati italiani colpiti da un ordigno nel settembre scorso. La massiccia campagna dei droni americani contro di loro non ha impedito di continuare l’opera di proselitismo e reclutamento con nuovi combattenti in arrivo da Gibuti, Etiopia e Kenya. Non solo. Anche gli attacchi fuori dalla Somalia sono aumentati e sembrano via via più sofisticati. Al momento secondo fonti americane i combattenti sarebbero tra i 5 e 7 mila, ma visti rapimenti e reclutamenti forzati potrebbero essere di più.

Che lo scenario sia sempre più pericoloso è dimostrato dal fatto che Al-Shabaab potrebbe presto espandere il suo raggio di azione ben più lontano. A marzo il New York times ha riportato la notizia che due affiliati del gruppo stavano prendendo lezioni di volo, uno nelle Filippine e uno in un altro Paese africano, forse per realizzare attacchi che simulino quelli al World Trade Center. Ma non solo. Fondi di intelligence hanno fatto sapere che i miliziani stanno cercando di mettere le mani su lancia missili anti-aereo di fabbricazione cinese per contrastare le operazioni delle forze americane. Già verso la fine del 2019 il leader del gruppo, Ahmad Umar, aveva lanciato il suo proclama contro Washington con un video di quasi un’ora. Anche se per il Pentagono i rischi di attacchi restano contenuti, i segnali di possibili attentati rimangono. E nel mirino potrebbe finire la base americana in Gibuti, o altre ambasciate nella regione, come quella in Kenya.

Al Qaeda e la sfida “glocale”

La sfida di al-Zawahiri oggi è quella di far cambiare pelle ancora una volta al suo gruppo. Quella di tenere insieme l’anima volta alla battaglia contro l’Occidente e quella per la leadership nel mondo jihadista. Nel 2001 “la base” era l’unica depositaria della “guerra santa” globale. Ma oggi, a quasi vent’anni dagli attacchi contro le Twin Towers, la competitività è aumentata, i soggetti si sono moltiplicati, e per sopravvivere è necessario passare a una dimensione locale. Con ogni probabilità la sfida glocale del gruppo si giocherà sui leader del futuro, sulla capacità di tenere una linea comune in scenari anche molto diversi tra loro.