In Cina c’è una bomba sociale pronta a esplodere!

In Cina c’è una bomba sociale pronta a esplodere!

4 Maggio 2020 0 Di direzione

La Cina ha silenziato il nuovo coronavirus. Pechino ha praticamente superato quella che il governo italiano avrebbe chiamato ”fase 2”, cioè la convivenza con il virus, e sta per lasciarsi alle spalle anche la ”fase 3”, ovvero il graduale ritorno alla vita normale. Certo, in tutto il Paese permangono rigidissime misure di prevenzione e controllo, pensate per scongiurare il possibile ritorno del nemico invisibile e neutralizzare i cosiddetti contagi di ritorno.

Fin qui tutto procede senza intoppi. Le persone, munite di mascherine, sono tornate a riempire le strade, mentre lungo i viali si rivedono timidi segnali di traffico. Molti negozi hanno ripreso le loro attività attenendosi alle nuove disposizioni, così come tantissimi siti turistici, fra cui la Città Proibita. Da un punto di vista economico il governo ha aperto i rubinetti della People’s Bank of China (Pboc). Lo scorso aprile la Banca centrale cinese ha ridotto di mezzo punto percentuale il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche sistemiche (tradotto: la quantità di liquidità che le banche devono detenere precauzionalmente come riserva) con l’intenzione di incrementare i prestiti alle piccole imprese, in ginocchio a causa del Covid-19. La Pboc ha fatto di tutto per iniettare nel sistema economico decine e decine di miliardi di dollari.

I problemi del Dragone

Il gigante asiatico ha le potenzialità per attutire la caduta, anche se dovrà fare i conti con un calo del pil; per farsi un’idea, il valore del prodotto interno lordo cinese registrato nel primo trimestre del 2020 si attestato intorno al -6,8%. Attenzione però, perché in vista dell’imminente futuro il Dragone rischia di dover fare i conti con un fenomeno sociale che, unito ai nodi economici, potrebbe creare non pochi problemi al Partito comunista cinese.

Come sottolinea l’agenzia Asianews, l’allentamento delle restrizioni decisa dal governo ha consentito a numerose persone ”intrappolate” in tutta la Cina di fare ritorno presso le proprie abitazioni. Molti cinesi sono quindi tornati nelle campagne ma,  una volta rientrati a casa, si sono trovati di fronte un’amara sorpresa: le fabbriche non assumono più e i salari sono troppo bassi per coprire vitto e alloggio. Se nelle grandi megalopoli la vita economica e sociale ha superato il peggio, nella periferia dell’impero il peggio inizia proprio adesso. Dal Guandong allo Zhejiang, dallo Henan allo Shandong passando per lo Heilongjiang, decine di milioni di migranti vagano senza lavoro.

Lavoratori migranti e disoccupati

Dietro al quadro idilliaco di una ripresa forsennata c’è una bomba sociale che, se non gestita nel migliore dei modi, potrebbe esplodere da un momento all’altro. Già, perché secondo UBS Securities sono stati persi 80 milioni di posti di lavoro nei servizi, nell’industria e nelle costruzioni. Stiamo parlando proprio di quei settori che accoglievano gli ultimi della classe – cioè i poveri migranti che dalle campagne si spostavano in città – o che riuscivano a sostenere intere comunità locali.

L’Economist Intelligence Unit ha calcolato che 250 milioni di lavoratori cinesi perderanno tra il 10 e il 50% dei loro guadagni. Come se non bastasse Zhongtai Securities ritiene che in Cina il tasso di disoccupazione sia salito al 20,5% (70 milioni di lavoratori); una cifra più alta rispetto al 5,9% diffuso dalle stime ufficiali. La situazione è esplosiva ed è per questo che il governo ha esteso alcuni benefici anche ai migranti disoccupati, gli stessi che fin qui non avevano alcun diritto.

Ma potrebbe non bastare, perché, sempre secondo Asianews, solo 2,3 milioni di lavoratori cinesi – su 430 milioni di residenti nelle aree urbane – hanno ottenuto un sussidio di disoccupazione. Nel frattempo il China Labour Bulletin ha riportato le notizie delle prime proteste da parte di lavoratori in difficoltà. Il governo sta pensando di pompare nel sistema altra liquidità, di attivare ulteriori stimoli e concedere altri prestiti. Ma fin dove è possibile spingersi senza far schizzare alle stelle il debito pubblico?