È già caos sui test sierologici: le Asl non sanno chi è immune

È già caos sui test sierologici: le Asl non sanno chi è immune

4 Maggio 2020 0 Di direzione

Dalle Regioni, ai laboratori privati, fino ai dati a livello nazionale. Le indagini parallele sulla sieroprevalenza

Sono una delle armi che verranno utilizzate nella fase due, per cercare di avere una fotografia della diffusione del Covid-19 in Italia.

Si tratta dei test sierologici, quelli in grado di individuare nel sangue dei cittadini gli anticorpidel virus.

Se una persona presenta gli anticorpi IgM, quelli che compaiono subito dopo l’infezione e che se ne vanno nel giro di poco tempo, potrebbe essere ancora affetta da Sars-CoV-2, mentre se una persona presenta gli IgG, anticorpi che si sviluppano dopo un periodo più lungo, potrebbe aver superato l’infezione (ma non è detto). Gli anticorpi indicano l’immunizzazione dal virus, ma non è ancora chiaro per quanto tempo durerà questa “protezione”.

In alcune Regioni, i test sierologici possono essere svolti anche in un laboratorio privato. Il costo, secondo quanto riporta il Messaggero, va dai 35 ai 50 euro. È così nel Lazio e in Campania, dove i rispettivi governatori hanno aperto ai privati. È su questo terreno, però, che sono sorti i dubbi e gli scogli della gestione dei risultati dati dai test. Per il momento, infatti, non ci sarebbero normative che obbligano il cittadino risultato positivo a riferire il dato alla Asl o al proprio medico di base. “Secondo me servirebbe una regolamentazione- ha detto al Messaggero Fernando Patrizi, proprietario del gruppo Bios-Inoltre, dovrebbe essere consentito al cittadino di non pagare. E comunque sarebbe utile che ci permettessero di eseguire, in caso di necessità, anche il tampone. I nostri laboratori sono in grado di farlo, ma non siamo autorizzati”. “Sulla sieroprevalenza abbiamo aperto ai privati, ma con delle regole – ha precisato l’assessore romano alla Salute, Alessio D’Amato – E faremo in modo che siano parte della rete, stiamo lavorando perché il risultato dei loro test siano comunicati al nostro database. Il cittadino positivo al sierologico potrebbe essere chiamato dalla Asl a fare il tampone nel sistema drive in o invece potrebbe essere invitato a rivolgersi al proprio medico”.

Accanto ai test sierologici nei laboratori privati, ci sono quelli effettuati nelle grandi aziende che, in alcune Regioni, possono decidere di sottoporvi i dipendenti. Inoltre, alcuni territori hanno deciso di far partire sperimentazioni su operatori sanitari, Rsa, forze dell’ordine e farmacisti. È il caso del Lazio che inizierà da questa settimana con 300mila test sierologici che, come ha ricordato D’Amato, “non danno alcuna patente di immunità, ma servono a verificare come è circolato il virus in determinati contesti”. Per questo, ai test verranno affiancati anche i tamponi, in caso di positività agli anticorpi. Infine, è partita oggi, a livello nazionale, l’indagine su 150mila cittadini, scelti dall’Istat.

Così, i test sierologici di privati, paralleli a indagini regionali e nazionali, daranno migliaia di risultati, che dovranno essere raccolti, per avere una fotografia della diffusione del contagio in Italia.

Sul tema è intervenuto anche il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Silvio Brusaferro, che ha spiegato: “Credo che questi test vadano fatti su indicazione della sanità pubblica e dei dipartimenti di Prevenzione. Sarà uno dei problemi da affrontare, perché oltretutto bisogna capire le differenze fra test e test, l’attendibilità di ognuno di essi e le caratteristiche che questi hanno. Se una persona dovesse risultare positiva, comunque, dovrebbe fare un tampone, e la priorità sarebbe anche quella del contact tracing.”