Giuseppi confessa: la verità sono io

Giuseppi confessa: la verità sono io

3 Maggio 2020 0 Di direzione

Il Conte filosofo non è una bugia e rivela molto più di quello che dice

I l Conte filosofo non è una bugia e rivela molto più di quello che dice. È il 30 aprile, giovedì scorso, e il premier parla a Montecitorio. È un discorso atteso, davanti ai parlamentari, per illustrare quello che ci attende, come riaprire, con che misure e il senso delle scelte del governo

È qui, senza neppure cambiare tono, che risponde alla domanda di Pilato a Gesù: che cos’è la verità?

Non arriva a dire, per fortuna, «io sono la via, la verità, la vita». Si limita a citare Platone e Aristotele. Ci sta. Fa scivolare sul tavolo della politica l’antica distinzione tra Doxa e Epistème. Non è un colpo di teatro e neppure uno sfoggio di cultura classico. Non va sottovalutato. È molto di più. È un sentimento e una visione del mondo. È svelarsi. È un pensiero che gli accademici, gli intellettuali e gli opinionisti più o meno vicini a Conte mettono al centro delle loro speranze. È il punto da cui ripartire. È una svolta, a ritroso, nell’interpretazione della democrazia.

Doxa è un’opinione da bar, da chiacchiere, una credenza, un sentito dire. È soggettiva e arbitraria. Epistème è la verità riconosciuta, oggettiva, universale. Si raggiunge attraverso la logica o l’intuizione. È ontologica e per pochi.

Conte in realtà la usa per segnare la differenza con i suoi oppositori. Le sue scelte hanno alle spalle le forze della scienza, chi lo critica si appoggia ai sentimenti del volgo. Cosa accade se però sposti questo discorso dalla filosofia alla pratica politica? È qui che il discorso apre scenari imprevisti. Nessuno dice di licenziare i virologi, ma bisogna capire che ruolo politico incarnano.

La verità, quella con la V maiuscola, in una democrazia è un concetto molto delicato. L’epistème può essere interpretata come verità ufficiale, la verità che non ammette dubbi, incertezze e critiche. È, appunto, la verità riconosciuta da un’autorità al di sopra dell’opinione corrente. Ma chi la riconosce? I filosofi, appunto. È la repubblica di Platone, il dialogo intorno allo «Stato ideale».

Quella di Platone è una risposta alla tirannia di Crizia, ma il suo approdo non è affatto libertario. L’architrave su cui costruisce la sua utopia è la giustizia, dove ognuno ha un suo ruolo predefinito, dove la proprietà è condivisa e scompare la famiglia. Il governo è di chi sa vedere la verità. È una verità di Stato. È un concetto che, di mutazione in mutazione, ritroviamo nell’idea di «volontà generale» di Rousseau e nell’avanguardia del proletariato di Lenin. Tutti con un tratto comune: lo facciamo per il tuo bene.

Ora non è che Conte stava pensando a tutto questo. Il sentimento però è lo stesso. È dire che chi la pensa diversamente dalla verità ufficiale è un mentecatto, un impostore o uno spacciatore di idee e notizie false. È un modo per tenere fuori l’opposizione dal discorso pubblico. Il premier non è solo in questo gioco, perché questa delegittimazione un po’ si respira nell’aria, da una parte come una sorta di aristocrazia, o oligarchia, del pensiero e dall’altra come ostracismo verso chi non rispetta il canone. Ci sono discorsi che a un certo punto diventano non opportuni. Non c’è una regola. È una sensazione. Di fatto ti ritrovi fuori se non canti la stessa musica dei filosofi.

Come potrebbe essere diverso? Lo dice la scienza. Lo dicono i maestri del pensiero. Lo dicono quelli che sanno. Questo discorso però manda in crisi la liberal-democrazia occidentale che, da una parte, si ritrova sotto assedio delle tentazioni populiste dell’uomo forte e, dall’altra, dei chierici del neo platonismo. Scilla, Cariddi e il canto delle sirene. Vincerà chi urlerà più forte.

La stessa idea di verità poi è molto più complessa. La scienza da tempo ha rinunciato al demone dell’epistème. Conte ha un’idea di conoscenza scientifica ottocentesca. È positivista, ma dopo c’è stato il Novecento. Il premier importa nel discorso politico una certezza che gli scienziati non vogliono e non possono garantire. Lo si è visto nelle discussioni, troppe solo televisive, sul virus. La scienza è ricerca senza fine. È teorie e confutazioni. È ipotesi, contro ipotesi e confronto con i fatti. Si nutre di dubbi. Non si accontenta mai dell’ipse dixit. La scienza non sarà mai verità di Stato.

L’impressione è che Conte si appoggi a un’autorità più alta per bilanciare la debolezza politica della sua maggioranza. Solo che quella che lui chiama scienza è scientismo. È la scienza che mette i paramenti sacri di una religione laica. È un simulacro di democrazia dove il voto non è opportuno. Il voto è volgare.