La guerra segreta del petrolio

La guerra segreta del petrolio

2 Maggio 2020 0 Di direzione

Mentre il mondo è distratto dal coronavirus,un’altra crisi è in atto.E adesso l’intero sistema rischia il collasso totale.

LA GRANDE GUERRA DELL’ORO NERO

Il crollo del prezzo del petrolio è uno degli elementi più importanti per comprendere al portata storica dei grandi cambiamenti in corso in questo 2020. Il processo era iniziato già da diversi mesi, ma il picco negativo di questi giorni con addirittura la prima storica giornata in negativo del Wti (l’indicatore dei prezzi per il Nord America) ha segnato un capitolo fondamentale. Per la prima volta il petrolio veniva scambiato in una sorta di processo inverso: non pagavano gli acquirenti, ma i venditori, che si trovano a dover gestire un mare di oro nero invenduto col rischio di vedere i propri depositi stracolmi.

Il tonfo in negativo della terza settimana di aprile è nato proprio per questo allarme: l’Energy Information Administration degli Stati Uniti aveva iniziato a parlare del rischio di vedere esaurita la capacità di stoccaggio dell’hub Cushing, in Oklahoma. Un problema che ha coinvolto non solo il principale hub di consegna del Nord America, ma tutto il mondo. Come scritto dall’Huffington Post, gli analisti di Goldman Sachs hanno già messo in guardia sul fatto che “la capacità di stoccaggio potrebbe esaurirsi nell’arco di tre settimane”. Ipotesi confermata anche da Rystad Energy, che aggiunge anche l’ulteriore dettaglio (poco rassicurante) sul fatto che il taglio dell’Opec+ deciso per fermare il crollo dei prezzi del barile potrebbe non bastare affatto.

Un dato da non sottovalutare. Dopo molti anni in cui il mercato petrolifero sembrava essersi spostato dal lato “fisico” a quello finanziario – con alcune importanti fluttuazioni dovute a crisi di tipo bellico o politico – questa volta sono coloro che fisicamente possiedono il barile a deciderne il prezzo in base alla paura di non sapere dove stoccarlo. Del resto il crollo della domanda dovuto al coronavirus è evidente: con gli aerei a terra, le navi ferme, le automobili bloccate, molte fabbriche costrette allo stop, il mondo consuma il 30% in meno di petrolio, 70 milioni di barili invece che 100, come ricorda Repubblica. Il che significa che il taglio di 9,7 milioni deciso dai produttori Opec insieme anche al blocco di metà dei giacimenti americani non riesce a compensare la perdita.

Problemi logistici, certamente. Ma non sono gli unici a incidere in maniera sensibile sul prezzo del (fu) oro nero. Altri problemi concorrono nella formazione del prezzo. E quello che è stato il clamoroso tonfo della scorsa settimana del Wti altro non è che un epossido di una ben più lunga e logorante guerra sotterranea che vede i grandi produttori di petrolio combattere senza esclusione di colpi per la supremazia nel mercato mondiale.

Il petrolio a prezzi bassi non è solo il frutto di una sovrapproduzione, ma di una scommessa legata alla scelta di tre grandi potenze petrolifere (Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti) di sfruttare proprio l’abbassamento dei prezzi per ottenere un vantaggio. Arabia Saudita e Russia hanno puntato (ed è paradossale pensando ai loro mancati guadagni) sul crollo del prezzo del petrolio per conquistare quote di mercato l’una contro l’altra. Un conflitto, come spiega La Stampa, che ha generato a sua volta un ulteriore guerra al ribasso nelle ultime settimane che si è vista chiaramente quando Riad ha reagito al lancio dell’oleodotto russo Espo in Asia inondando il mercato indiano ed europeo di petrolio a prezzi più bassi di quelli di mercato.

Un continuo rilancio dell’offerta che però correva in parallelo a un elemento che fino a pochi anni fa non era ancora diventato così palese: l’ascesa degli Stati Uniti quale potenza produttrice di petrolio. Ora gli Usa non solo controllano le grandi multinazionali dell’oro nero, ma lo producono nel proprio territorio a tal punto da essere una vera e propria potenza esportatrice. Un elemento che ha fatto per molto tempo il gioco di Donald Trump il quale si è presentato come difensore del consumatore medio americano interessato a un basso prezzo del petrolio.

Il gioco però si è trasformato da pericoloso a molto pericoloso quando il mondo si è fermato a causa della pandemia di coronavirus. L’Arabia Saudita ha giocato sul prezzo del grezzo ma adesso rischia di vedere collassare il piano Vision 2030 per un Paese sempre meno legato all’export di petrolio. Una scommessa voluta da Mohamed bin Salman che, ironicamente, sfrutta proprio gli incassi del petrolio per sganciarsi dal petrolio. Ma che adesso vede davanti a sé gli enormi costi di gestioni di milioni di barili invenduti e stoccati in petrolio affittate in attesa di scaricare.

La Russia dalla sua ha un costo di estrazione di circa 18 dollari al barile: se non riesce a far arrivare il prezzo del petrolio sopra una certa soglia, in pratica non colma i costi di produzione. Anche in questo caso, la possibilità di esportare in maniera maggiore il petrolio in Corea del Sud e Giappone (oltre che in Cina) ha certamente migliorato la posizione contrattuale di Mosca. Ma adesso per Vladimir Putin il problema è capire come capitalizzare questa strategia in termini economicamente sostenibili, specialmente per un Paese che si fonda sull’esportazione di materie prime. E che ha di fronte a sé sfide strategiche, sociali ed economiche che necessitano di introiti sempre maggiori.

Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti e c’è soprattutto Trump. Il presidente Usa si è reso conto che questa corsa al ribasso (con un rischio di attacchi speculativi sul mercato nordamericano) avrebbe condotto in poco tempo a una crisi di stoccaggio con conseguente fallimento delle aziende. I produttori di shale oil americani sono enti privati, non hanno dietro fondi sovrani come gli avversari euro-asiatici, e questo comporta che il rischio fallimento è dietro l’angolo, con un paralisi del mercato, migliaia di disoccupati e meno fondi per la propria politica e campagna presidenziale. L’intervento di Trump, per ora, oltre a cercare di far giungere a un accordo Putin e Salman e i Paesi produttori, si è anche tramutato in raccolta di petrolio americano nelle riserve strategiche Usa: ma è una mossa momentanea che non può diventare la regola. Un discorso che può valere anche per gli altri Paesi.

La questione adesso è estremamente complessa. Il mondo conosce il profilo “imperale” degli Stati Uniti anche grazie alla sua strategia riguardante il petrolio. L’oro nero ha sempre rappresentato un filo conduttore della politica americana in larga parte del mondo, a cominciare da quel Medio Oriente crocevia strategico fra interessi russi, arabi, europei, asiatici e americani. Ma cosa può succedere ora che il petrolio non è più una vera arma di ricatto perché se ne possiede troppo? Cosa può succedere ora che gli Stati Uniti sono coinvolti in una lunghissima fase di ritiro strategico da alcune aree del mondo (che non è disinteresse)? E soprattutto come cambia la geopolitica se l’America si trasforma essa stessa in potenza energetica e il suo occhio si sposta non sull’avere il controllo del petrolio ma anche delle sue rotte, diventando protagonista della vendita oltre che regista.

Quello che sta avvenendo è un cambiamento radicale della politica internazionale. Se il coronavirus sembra aver fatto scendere una coltre su tutto il pianeta ridefinendo però anche importanti aree di influenza dovute agli aiuti, alla corsa al vaccino e alla ricostruzione delle alleanze, il cambiamento del mercato petrolifero rischia di essere un fattore determinante per un nuovo ordine mondiale. Può accendere guerre tra Paesi produttori incapaci di reggere il gioco al ribasso, può incendiare aree in ebollizione, può scatenare attacchi speculativi, ma soprattutto può ridisegnare interesse sfere di influenza e blocchi sorti quando il petrolio diventava l’oro nero e forse non più valide ora che il petrolio è arrivato a costare anche meno di una bottiglia d’acqua. Il mondo sta cambiando in modo repentino.