L’allarme di Mattarella: comunicazioni più chiare e stop decreti a raffica

L’allarme di Mattarella: comunicazioni più chiare e stop decreti a raffica

1 Maggio 2020 0 Di direzione

I paletti del presidente: nessuna crisi ora ma il cambiamento sapientemente governato

No, non tira una bella aria. Conte che annaspa e attacca le «iniziative improvvide e illegittime» delle Regioni. Renzi che minaccia di rompere «perché con il paternalismo populista non ne usciamo».

Salvini che occupa le Camere e le dirette Facebook. Ma questo è il quadro generale, questo il livello del dibattito, e stavolta anche uno come Sergio Mattarella, il giorno della festa del lavoro, comincia a preoccuparsi. Dov’è il progetto, si chiede, dov’è la grande politica? E le speranze per i nostri giovani? La fase due non sarà una passeggiata. «Attraversiamo un passaggio d’epoca pieno di difficoltà. Molto cambierà nella vita della nostra società e questo cambiamento andrà sapientemente governato». Conte sarà in grado di farlo?

I dubbi del Quirinale sono tanti però la crisi è esclusa, almeno per il momento. «Ora guardiamo alla ripresa, ad essa vanno indirizzati tutti gli sforzi in modo concorde, senza distrazioni o negligenze». Certo, il premier dovrebbe cambiare registro, quantomeno comunicativo. «Sono necessarie indicazioni ragionevoli e chiare da parte delle istituzioni», dice il capo dello Stato, e non i mezzi annunci e le conferenze confuse: il balletto sui congiunti, corsetta sì e corsetta no, scuole chiuse e asili nido vedremo. Dovrebbe smetterla pure con la raffica dei decreti del presidente del Consiglio: uno strumento formalmente lecito, che rispetta la Costituzione, però insomma, adesso basta. E soprattutto dovrebbe darsi da fare di più per aiutare la gente che ha fame, i negozianti che devono tenere chiusa la bottega, le industrie vicine al crac. Troppe le promesse non rispettate. Serve, spiega Mattarella «un equo, efficace e tempestivo sostegno alle famiglie e alle attività produttive, a quanti sono rimasti disoccupati e senza reddito». E non è solo una questione di sopravvivenza, ma il modo «per far compiere un salto di qualità alle imprese».

Primo Maggio diverso, tra paure e speranze, con il lavoro degli italiani sempre a fare da architrave. Il discorso del presidente è grave, accorato, e suona come un ultimo appello a una classe politica non all’altezza: smettetela di litigare, scrive, il Paese deve ripartire in fretta. «Si richiede un responsabile clima di leale collaborazione tra le istituzioni e nelle istituzioni, che sono chiamate ad assicurare la realizzazione della solidarietà politica, economica e sociale prevista dalla Costituzione». Non si può andare in ordine sparso e non ci si può dividere su questioni che riguardano i bisogni primari dei cittadini, la salute e il lavoro. «Non può esservi contrapposizione tra sicurezza e occupazione».

Tuttavia adesso c’è una luce. «Appare finalmente possibile un graduale superamento delle restrizioni. La nuova fase non comporti ulteriori precarietà ed esclusioni ma sia l’occasione per affrontare ritardi antichi. Lavoro per giovani, donne, nel Sud. Lavoro nero da far emergere, sfruttamento da interrompere». Dunque la ripresa «è possibile, perché in due mesi di sacrifici siamo riusciti ad attenuare molto la pericolosità della pandemia. Tuttavia non va dimenticata l’angoscia delle settimane precedenti durante la feroce aggressione del virus».

La fase due non è un tana libera tutti, occorre «senso di responsabilità dei cittadini perché continuino a comportarsi con la necessaria prudenza e rispettino le indicazioni». Seguiamo le istruzioni, sperando che comincino ad essere chiare. «Non vanno resi vani gli sforzi fatti se vogliamo riconquistare, senza essere costretti a passi indietro, condizioni di crescente serenità». Ben sapendo che nulla sarà più come prima, soprattutto per il lavoro. Toccherà «riprogettare il nostro futuro», conclude Mattarella. Ci riusciremo?