Incubo Giuseppi. Capro espiatorio per la gestione dell’epidemia

Incubo Giuseppi. Capro espiatorio per la gestione dell’epidemia

30 Aprile 2020 0 Di direzione

Se vuoi scoprire i pensieri di un uomo scruta la sua “ombra”. Per cui se vuoi aver contezza dello stato d’animo di Giuseppe Conte, se vuoi percepirne paure e ambizioni, devi guardare ai comportamenti della sua “ombra” acquisita, Rocco Casalino, che da qualche giorno non si dà pace

Se vuoi scoprire i pensieri di un uomo scruta la sua «ombra». Per cui se vuoi aver contezza dello stato d’animo di Giuseppe Conte, se vuoi percepirne paure e ambizioni, devi guardare ai comportamenti della sua «ombra» acquisita, Rocco Casalino, che da qualche giorno non si dà pace.

Domenica alle due notte, dopo la «performance» non certo entusiasmante del premier sull’ennesimo dpcm sulla «riapertura», il portavoce di Palazzo Chigi ha avuto una discussione a distanza con un amico che aveva osato scrivere un tweet di questo tenore: «Per risolvere i problemi del Paese bisognerebbe richiudere il premier in un lockdown a quattro mandate». «Questo è vilipendio delle istituzioni» ha esordito Casalino. Per poi rifugiarsi nella solita arte dello «scaricabarile» («la chiusura delle Chiese l’hanno pretesa Franceschini e Speranza») e nello sport in cui è campione, l’arrampicarsi sugli specchi: «Ma se aprivamo le Chiese avremmo dovuto aprire anche cinema e teatri. E poi magari pure le moschee: sai che casino!». Se avesse saputo che il giorno dopo il Papa avrebbe preso con filosofia il provvedimento, l’«ombra» si sarebbe risparmiata tutta questa fatica. Anche perché dopo 24 ore ha dovuto sudare sette camicie perché per la prima volta non ha seguito il premier nella sua visita in Lombardia. Un uomo «senza ombra», infatti, non poteva non dar luogo a mille congetture, a cominciare dall’ipotesi di un bisticcio, che Casalino, a suo modo, ha subito smentito con il solito amico: «Io sono stato bullizzato da piccolo. Poi per la mia partecipazione al Grande Fratello. Vuoi saperla tutta: non sono andato perché ho fatto un’operazione e per ora non posso viaggiare».

Già: nervoso il premier, nervosa la sua «ombra». Ma in fondo Conte va capito. Ha passato due mesi al centro dell’attenzione, si è proposto come Churchill, ha chiuso un Paese in quarantena, se ne è infischiato del Parlamento e dell’opposizione, ha fatto strame della Costituzione al punto da far insorgere anche la mite Presidente della Consulta. E con il crescere del gradimento nei sondaggi è cresciuta a dismisura pure la sua ambizione, solo che, per citare Shakespeare, l’ambizione «è così aerea e leggera da essere solo l’ombra di un’ombra». Figurarsi, poi, un’ambizione cresciuta sull’insuccesso, o, per essere buoni, a guardare il numero dei morti dell’epidemia e le cifre dell’emergenza economica, su un successo tutto da verificare. Ci vuole poco, insomma, a trasformare quello che il mainstream di Palazzo ha voluto descrivere come un possibile «statista» in un potenziale «capro espiatorio» da dare in pasto ad una rivolta sociale. Il passo è davvero breve. E quell’espressione, «capro espiatorio», sta diventando di moda: ha cominciato il sottoscritto su questo giornale, poi Folli su La Repubblica e per allontanarne lo spettro Travaglio sull’«house organ» del «contismo militante», cioè Il Fatto. Ancor prima il chiromante Pierferdinando Casini, leggendo le carte, ha predetto al premier una cacciata da Palazzo Chigi «con i forconi». Mentre Matteo Renzi, parlandone con i suoi, gli ha fatto arrivare un consiglio: «se fossi in lui accetterei di far parte di un nuovo governo come ministro degli Esteri, sempreché voglia evitare di trasformarsi tra qualche mese nel classico capro espiatorio».

Le ragioni non mancano. Intanto le agenzie di rating: aspettando Moody’s, Standard & Poor’s ha mantenuto il giudizio sul nostro Paese ma con un outlook negativo, mentre Fitch ha declassato l’Italia a BBB-, cioè solo un gradino sopra ai titoli spazzatura, adducendo per giunta motivazioni squisitamente politiche. Mentre questa settimana nei sondaggi della maga Ghisleri che a differenza di altri istituti non ascolta il richiamo della foresta del «mainstram»- Conte ha perso un altro punto nell’indice di gradimento, è al 43-42%: per fare qualche paragone la Merkel è al 79%, Boris Johnson al 72%, Macron al 65%. Insomma, Conte è in discesa. Sembra di assistere ai prolegomeni di quello che avvenne nel 2011 ad un altro capro espiatorio, Berlusconi. E in Parlamento questa atmosfera si avverte. Ieri nelle commissioni agricoltura, finanze e trasporti (vicenda Alitalia), Pd, Italia Viva e Forza Italia si sono ritrovati spesso insieme a processare i grillini. Ma anche questi ultimi danno segnali di insofferenza: nell’assemblea dei deputati di lunedì sono tornate le critiche, dei seguaci di Di Battista ma non solo, alla gestione del governo delle nomine negli Enti Stato. Nel mirino la conferma di Descalzi all’Eni e di Profumo al vertice di Leonardo. In più Giggino Di Maio ha ripreso a telefonare ai parlamentari per rassicurarli con argomenti che fanno intuire come, almeno per una parte dei 5stelle, il governo Conte non sia proprio l’ultima spiaggia di questa legislatura: «State sereni, ora siamo al governo e ci resteremo, qualsiasi cosa succeda, per altri tre anni».

Così l’unica «chance» che il premier ha per non consegnarsi al destino di «capro espiatorio» è scongiurare sul nascere la rivolta sociale: in poche parole far arrivare i soldi a chi comincia ad aver fame. «Io credo che ce la faremo si dà forza il grillino, Luca Carabetta -: abbiamo 55 miliardi da distribuire tra reddito di emergenza, bonus per i lavoratori autonomi e ristori per circa tre milioni piccole imprese e partite Iva». «I dubbi li abbiamo osserva l’esponente della segreteria del Pd, Emanuele Fiano ma se Conte riesce a garantire i soldi alla gente la scommessa è vinta: siamo arrivati al panem et circenses, senza circenses». Dalle parti dell’opposizione «responsabile», però, i dubbi diventano «certezze»: in negativo. «Conte spiega Renato Brunetta sta sbagliando tutto. Insegue la crisi. Usa male le risorse, non è in grado di gestire la fase due». «Sarà il capro espiatorio sentenzia Giorgio Mulè dell’emergenza sociale».

E se ciò avvenisse? Dalle parti del Pd non fanno drammi. «A quel punto si vede» osserva un pragmatico Fiano: «Alle elezioni anticipate non si andrà. Vedremo come evolverà il quadro politico. Potrebbe anche essere il turno di uno di noi. Perché no Franceschini?». Nella corrente di Guerini e Lotti, invece, si parla solo di Mario Draghi. Il punto, però, in questo momento non sono i nomi: semmai è la sensazione, sempre più palpabile, che se il Palazzo fosse costretto ad immolare il «capro espiatorio», un nuovo equilibrio in ogni caso si troverà. «L’Italia è un paese ragiona Gianfranco Rotondi, dandosi alla filosofia a cui piace trovare un capro espiatorio, dai tempi del Duce a Berlusconi. Sono sicuro che il Cav non farà nulla perché ciò accada, ma neppure si opporrà. Ormai ha un rapporto diretto con il premier, tramite Letta. E, comunque, se ciò avvenisse se io fossi Conte da buon democristiano, non farei drammi, entrerei nel nuovo governo e, magari, mi darei da fare per fare una nuova Dc insieme a Forza Italia. È il vero motivo per cui ho aperto a lui».

Ci mancava solo questa: è sicuramente una boutade pensare che Berlusconi possa dare un rifugio a Conte, una sorta di solidarietà tra vecchi e nuovi capro espiatori, ma in politica la fantasia e la follia non hanno confini.