“Cosa c’è dietro la sindrome di Kawasaki che spaventa le famiglie”

“Cosa c’è dietro la sindrome di Kawasaki che spaventa le famiglie”

30 Aprile 2020 0 Di direzione

Intervista al Professor Angelo Ravelli, segretario del gruppo d Studio Reumatologia Della Società italiana di Pediatria, che ha avviato un’importante raccolta dati su scala nazionale, dopo le segnalazioni di gravi complicanze nei bambini, come la malattia di Kawasaki, legate presumibilmente al covid 19

Nei giorni scorsi, era arrivato dall’Inghilterra un allarme da parte dei pediatri di una nuova patologia simile alla Kawasaki che colpirebbe soprattutto i bambini e che sarebbe aumentata in maniera importante tanto da allarmare il servizio sanitario nazionale. La cosa aveva creato molto scompiglio anche nel nostro Paese, con genitori ovviamente preoccupati per una malattia cardiovascolare molto pericolosa probabilmente legata al Covid.

In realtà questa “lettera d’allarme” è partita proprio dall’Italia, che per prima aveva avuto notizia di un aumento di questi casi anomali soprattutto nelle zone in cui il Covid aveva colpito maggiormente. Partendo da questo è stato organizzato uno studio per capire se c’è realmente questa incidenza. A condurre questa importante raccolta di dati e di segnalazioni è il Professor Angelo Ravelli, dell’ospedale Gaslini, segretario del gruppo di studio reumatologia Della società italiana di pediatria. Ed è proprio a lui che ci siamo rivolti per avere delucidazioni e per capire meglio questo nuovo fenomeno.

Professore può spiegarci prima di tutto che cosa è la Kawasaki?

“È una sindrome piuttosto rara che colpisce i vasi sanguigni dei bambini. Si tratta di un’infiammazione, comunemente chiamata vasculite, che provoca diverse reazioni sul fisico dei più piccoli: dalla febbre alta alla congiuntivite, passando per l’infiammazione mucosa e linfoadenopatie ed eruzioni cutanee. In alcuni casi, quelli più gravi, si può arrivare a una sofferenza cardiaca con infarto del miocardio. Ovviamente parliamo di casi estremi perché la Kawasaki al momento è una malattia da cui si guarisce”.

Si tratta della stessa patologia di cui hanno parlato i pediatri inglesi?

“Sì, si tratta di questa. Si è notato un aumento di frequenza di casi di bambini con malattie di Kawasaki e si è osservato – questo sempre apparentemente perché abbiamo appena iniziato la raccolta di dati e ancora non abbiamo un numero di piccoli pazienti sufficiente – che una parte inaspettatamente alta di questi bambini, sviluppano resistenze alle terapie tradizionali, soprattutto le immunoglobuline, e hanno sintomi inusuali come dolori addominali, sintomi gastrointestinali, diarrea e vomito e vanno incontro anche a queste complicanze potenzialmente serie. Come la sindrome di attivazione macrofagica, o oppure la sindrome dello shock tossico, che è quella che segnalano sopratutto in Inghilterra, che porta ad un calo della pressione, e richiede terapie aggressive e ricovero in terapia intensiva e rianimazione. Però ci tengo a chiarire, non stiamo parlando di centinaia o migliaia di bambini, sono evenienze rare. Certamente però non sono casi banali”.

Per chiarire, parliamo di bambini affetti da Covid o di bambini sani che hanno sviluppato questa malattia?

“Questo è un altro elemento che ha allertato rispetto ad un possibile rapporto con l’infezione Covid. Una buona fetta di bambini che ha sviluppato questa malattia o queste complicanze della Kawasaki, è risultata positiva al tampone quindi al coronavirus, o proveniva da una famiglia dove c’erano uno o più componenti infetti. Inoltre l’aumento di questi casi di infezione nei bambini, che prima non c’era, si è verificato proprio in concomitanza dell’avvento del Covid-19”.

I pediatri inglesi l’hanno definita come una Kawasaki sovrapposta alla sindrome da chock tossico con però le caratteristiche del Covid-19. È corretto?

“Diciamo che la sindrome da shock tossico, è una complicanza della Kawasaki e veniva osservata anche in passato nei piccoli pazienti con questa patologia. Ma è una cosa molto rara che avvenga. Per questo motivo stiamo monitorando questo aumento di frequenza che è insolito”.

Quando avete iniziato a fare questa raccolta dati?

“Abbiamo mandato una lettera di allerta, come gruppo di studio di Reumatologia Pediatrica Italiana, la scorsa settimana. Inizialmente l’abbiamo mandata a tutti i membri iscritti al gruppo di studio italiano, poi abbiamo chiesto al presidente della società Italiana di Pediatria di inviarla a tutti i suoi iscritti. Quindi 11mila pediatri italiani sono stati informati dell’aumento di questa patologia. Questa segnalazione poi è finita in un gruppo di 90mila medici interessati al covid-19 e ha continuato a girare molto finendo in Inghilterra. Contemporaneamente dopo pochi giorni ho fatto fare con l’ospedale Gaslini un comunicato, ma inizialmente è passato un po’ in silenzio, non ha avuto grande diffusione. Forse perché c’era un po’ di scetticismo sul fatto che fosse un fenomeno rilevante. È stato soltanto quando sono arrivate le segnalazioni dagli amici medici inglesi che l’hanno forse raccontata in maniera un po’ allarmistica, che la notizia ha avuto risalto ed è stata ripresa poi dalla BBC, dal Guardian e dal The Independent. Probabilmente noi l’abbiamo presentata in maniera meno allarmistica rispetto agli inglesi perché ci teniamo più ad informare che a spaventare. Anche perché parliamo di evenienze rare, non di centinaia di migliaia di casi. Non è che ora il Covid nei bambini sta degenerando in tutti i bambini che si sono infettati. Certamente sono segnali importanti, in parte nuovi, che possono essere utili per capire la malattia. Ad esempio se la Kawasaki, come si pensava da sempre, abbia un’origine infettiva. Inoltre questa informazione può risultare utile per far capire che i bambini non sono immuni agli effetti del Covid-19, ed è quindi importante far seguire le regole che tutti conosciamo. E soprattutto non si può pensare che di punto in bianco possiamo cominciare a farli riunire insieme come non fosse successo nulla. Detto questo però, non bisogna creare un allarmismo eccessivo”.

Questo significa che la lettera d’allarme, il servizio sanitario inglese l’ha ricevuta da voi?

“La nostra è stata fatta una settimana prima, loro l’hanno ricevuta e hanno ovviamente controllato l’incidenza di questi casi anche nel loro Paese”.

Nella lettera di attenzione che avete inviato cosa c’era scritto?

“Aveva vari scopi. Il primo era quello di informare i pediatri, e attraverso di loro anche le famiglie, per far in modo che venissero immediatamente inviati e ricoverati nei centri specialistici i bambini che presentassero i sintomi suggestivi di questa malattia. Questo perché la terapia precoce può consentire anche di prevenire la progressione verso queste complicanze gravi che citavo prima. E poi per far capire alle famiglie che se un bambino ha dei problemi deve essere portato al pronto soccorso. Stiamo assistendo in questo periodo al fenomeno per cui le famiglie non portano i bambini in ospedale perché temono possano contagiarsi. Ci sono stati casi di patologie gravi non necessariamente Covid correlate che sono arrivate tardi all’osservazione perché i genitori hanno preferito tenerli a casa. Parlo ad esempio di un attacco di appendicite diventata peritonite, oppure malattie croniche che hanno avuto peggioramenti perché il genitore non ha portato il bambino in osservazione in caso di ricaduta, oppure pazienti che hanno sospeso le terapie in corso, per paura del Covid. Insomma, non bisogna farsi prendere dal panico, e ricorrere all’assistenza medica anche ospedaliera quando è necessario. L’altro obiettivo, era quello di studiare questi casi, per capire se si tratta di malattie di Kawasaki vere oppure malattie simili e scoprire se c’è una correlazione effettiva con l’infezione da coronavirus, perché questo avrebbe un grande rilievo scientifico e potrebbe dopo molti anni farci concludere ad esempio che almeno una fetta di malattie di Kawasaki hanno un’origine infettiva, come si sospetta da sempre. Se si riuscisse a dimostrare questo, ovvero che il coronavirus nei bambini può scatenare queste Kawasaki, verosimilmente in un prossimo futuro ci consentirebbe di prevenire da una parte, ma di curare dall’altra i bambini con ‘Kawasaki da coronavirus’, magari con un vaccino o con forme di cura più mirate rispetto a quelle che conosciamo ora”.

Di bambini di quale età parliamo?

“Non ho dati precisi su tutti i casi visti in Italia, però posso dire che la malattia di Kawasaki è una malattia pediatrica che esiste solo nel bambino e colpisce soprattutto quelli piccoli, prima dei due anni di età”.

Come mai solo questa fascia?

“Non si sa con precisione. Ipotizziamo che abbia un’origine infettiva, che poi è la cosa che ci auguriamo di confermare con questa raccolta dati. È possibile che la causa siano dei germi. Possono avere la Kawasaki anche i bambini di meno di sei mesi d’età. In questi casi, spesso la malattia è più difficile da diagnosticare perché si manifesta in forma non completa, non con i sintomi classici”.

In Inghilterra, parlavano invece di questa come di un nuovo agente patogeno, possiamo escluderlo?

“Francamente mi sembra abbastanza inverosimile. È vero che in medicina non sempre uno più uno fa due, però è probabile che una parte di queste malattie siano Kawasaki comuni tradizionale, mentre un’altra parte potrebbe essere Kawasaki associata a covid. Io tenderei ad ipotizzare più questo, non penserei ad un altro germe”.

Che incidenza di mortalità ha la Kawasaki nei bambini?

“Fortunatamente, pur essendo una malattia seria che in fase acuta dà sintomi importanti e può causare degli aneurismi coronarici, la mortalità è molto bassa. Anche queste complicanze associate al covid rispondono molto bene alle terapie cortisoniche e anche ad altri farmaci. In ultimo, cosa molto importante, non ho avuto notizie di decessi di piccoli pazienti in Italia per questa patologia”.

Quali sono allora i danni della Kawasaki?

“In generale, non specificamente, i soggetti nei quali non viene fatta diagnosi della malattia o che non vengono trattati in maniera tempestiva ed adeguata, sviluppano questi aneurismi di grandi dimensioni che non regrediscono. Questi, possono predisporre in soggetti affetti, a sviluppare degli infarti in età giovane o adulta, perché si formano dei trombi che possono occludere le coronarie, quindi è possibile anche se ancora una volta neanche questo è dimostrabile, che alcuni degli infarti che si sviluppano in soggetti sani nell’età giovane senza fattore di rischio, parliamo di 30/40 che sono stati bene fino ad allora, siano infarti in soggetti che hanno avuto la malattia di Kawasaki non diagnosticata e non curata nell’infanzia. Ma comunque questo è un problema generale che non ha a che vedere con il covid”.

Qualche tempo fa si parlava impropriamente di “geloni” sulle terminazioni, quindi mani e piedi che comparivano in soggetti covid, c’è un legame?

“Questi geloni, sono una cosa diversa, sono fenomeni vascolari sicuramente associati al Coronavirus perché normalmente non li osserviamo. Evidentemente questo coronavirus una certa predilezione ad aggredire le cellule e le strutture dei vasi sanguigni e a dare dei fenomeni trombotici. Nei polmoni di alcuni soggetti che hanno avuto polmonite interstiziali da covid, hanno trovato dei microtrombi diffusi, tanto che questi pazienti ricevono, penso quasi tutti, una terapia eparinica anticoagulante per prevenire le complicanze trombotiche”.

Quali sono i sintomi che possono portare un genitore ad allarmarsi e quindi a postare il bambino in ospedale?

“La comparsa di una febbre elevata, persistente che risponde poco agli antifebbrili tradizionali, soprattutto se accompagnata a qualche strano sintomo che ‘non ci sta’ con una normale influenzale. Ad esempio la comparsa di un arrossamento degli occhi, una congiuntivite, la fessurazione delle labbra, oppure delle macchie tipo quelle del morbillo sulla pelle. O anche dolori addominali con diarree, vomito uno stato di malessere più pronunciato. Con la Kawasaki i bambini spesso diventano molto irritabili, intrattabili, inavvicinabili. Tutti questi sono sintomi che possono far pensare che questa non si tratta di una febbre normale, dovrebbero indurre i genitori prima di tutto a contattare il pediatra di famiglia, che deve essere sempre il primo riferimento, dopodiché portare il bambino presso un centro specialistico senza aspettare troppo, quantomeno per una valutazione”.

Un’ultima domanda la Kawasaki è infettiva nel senso che si può trasmettere da un bambino all’altro?

“No, la Kawasaki non dà contagi. Solitamente ci deve essere anche una predisposizione genetica, lo dimostra il fatto che la Kawasaki ha una frequenza diversa in diversi gruppi etnici. Ad esempio in Giappone in Korea a Taiwan è molto più frequente che in Europa e in Nord America. Non è una malattia contagiosa, non ci sono rischi di contagio tra bambini”.