“Noi, nella rsa in preda al virus Ma la Regione Toscana ci ha abbandonati”

“Noi, nella rsa in preda al virus Ma la Regione Toscana ci ha abbandonati”

24 Aprile 2020 0 Di direzione

I dispositivi di protezione individuali fornito con mesi di ritardo, test e tamponi che ancora oggi agli infermieri non sono mai arrivati. Lo sfogo degli operatori sanitari “mentre noi rischiamo la Regione tace”.

Una catena di contagi che preoccupa. Un susseguirsi di morti che spezza il cuore. Nelle Residenze per Anziani della regione Toscana il coronavirus ha presso piede alla velocità della luce. Si è impossessato dei corpi deboli dei nonni, dove ha avuto la meglio, causando centinaia di decessi.

Nessuno è riuscito a fermarlo. Qualcuno, forse, ha sbagliato qualcosa. Errori che sono costati la vita di molte, troppe persone e la sofferenza di famiglie che pur di fare qualcosa per salvaguardare la salute dei propri cari hanno accettato di farli morire lontano da loro.

Ma come è potuto succedere? “La maggior parte delle strutture hanno lasciato i propri medici e infermieri allo sbaraglio”, ci racconta Andrea, infermiere che da anni lavora all’interno di una casa di cura nel fiorentino, che ospita più di 50 anziani e dove oggi, i contagi sono arrivati a quota 15. Dai primi di marzo, quando l’emergenza sanitaria aveva già spinto il governo a prendere precauzioni per arrestare la corsa del Covid19, in Toscana il presidente della Regione, Enrico Rossi, sulla scia dei decreti del Presidente del Consiglio, aveva richiesto alle proprie strutture sanitarie di prendere le prime precauzioni. Si iniziava a parlare della distanza sociale, dei dispositivi di protezione individuale, di gel disinfettanti. Materiale che, però, scarseggiava. Alcune strutture non riuscivano a procurarsi i DPI, altre invece preferivano sottovalutare la questione.

“Quando io misi per la prima volta la mascherina, mi venne detto di toglierla, perché avrei soltanto creato panico tra i pazienti – ci racconta Andrea – ci hanno costretti a lavorare a rischio. Mettendo a repentaglio la vita di tanti anziani”. Eppure medici e infermieri hanno continuato a fare il proprio lavoro con amore e dedizione consapevoli che gli strumenti che avevano per proteggersi erano pochi, ma coscienti che i loro pazienti non potevano rimanere soli. “Da quando le case di cura sono state chiuse abbiamo fatto il possibile per stare vicino a queste persone. Mi creda – ci racconta Andrea – io ho vissuto il dramma di questa gente che non capiva neanche perché non potesse più vedere i propri figli. Gli ho dato il mio cellulare incartato in una pellicola pur di fargli sentire le loro voci. Perché neanche a questo nessuno ha pensato, al dolore che una situazione del genere poteva provocare e a novant’anni di dolore si muore”.

Quando i morti, in tutta Italia, sono iniziati ad aumentare chiunque avesse pensato di continuare a nascondere la pandemia sarebbe stato additato come un’incosciente, dunque tutte le strutture hanno pensato di mettere in atto le regole anti-contagio. Ma il problema era sempre lo stesso. Mancavano le risorse. “Quando abbiamo iniziato a lavorare accanto a pazienti Covid non sapevamo come gestire la situazione. Non avevamo abbastanza camici, copriscarpe, guanti, cuffie, per non parlare delle mascherine. Io sono stato costretto a indossare la stessa per giorni”, ci spiega l’infermiere. Nelle Rsa le prime mascherine fornite dalla regione sono arrivate a fine marzo e non si trattava di FFP2, ne tantomeno di mascherine chirurgiche standard.

“Molti malati con cui non ci troviamo a lavorare non tollerano la mascherina. Sono persone molto anziane, spesso con demenze importanti o problemi respiratori ed è molto difficile riuscire a fargli capire la gravità della situazione”, ci spiega al telefono Franca Conte presidente dell’ARAT (associazione residenze anziani toscana). In una situazione tanto delicata l’unico modo per proteggere gli anziani e gli operatori sanitari era quello di avere dispositivi all’altezza di filtrare il virus da ambe i lati. E invece, non c’è stato modo di avere i DPI. “Per un mese quasi, siamo state noi come strutture a farci carico, anche per quanto riguarda le spese, dell’acquisto dei dispositivi di protezione individuale, in un momento in cui era tutto esaurito, per non parlare dei costi che abbiamo dovuto sostenere”, continua Franca. Costi di cui, in un momento come questo, le strutture non hanno fatto un dramma. “Ci sono vite in ballo, non è certo il momento di pensare ai soldi”, ammette la presidente. La realtà però è che la Regione Toscana, tanto attenta nello stilare regole su regole tramite circolari e ordinanze ad hoc non si è preoccupata di fornire alle proprie strutture il necessario perché queste venissero rispettate.

Una storia che si ripete come un film già visto se si parla di tamponi o dei più recenti test sierologici. “Noi abbiamo blindato tutte le strutture ancora prima che le istituzioni ce lo chiedessero, ovviamente se il virus è riuscito ad entrare è perché qualche operatore interno l’ha portato involontariamente e inconsapevolmente”, spiega ancora la Conte. Gli OSS avrebbero potuto essere positivi al coronavirus e andare a lavorare, perché purtroppo non sono stati sottoposti ai test per saperlo. “Ci sono alcune strutture di cui ci occupiamo che ancora non sono nemmeno state contattate per i test. Noi facciamo del nostro meglio, ma abbiamo le mani legate”, ammette ancora la Conte. Loro sicuramente sì, ma la Regione avrebbe potuto sveltire la pratica considerando che si è messa nella posizione di gestire tutto da sola proibendo persino che le cliniche private continuassero a svolgere i test a pagamento. Per il presidente Rossi questo significava fare soldi lucrando su una disgrazia e quindi i test dovevano essere svolti solo dall’azienda sanitaria pubblica. In un batti baleno i laboratori per le diagnosi si sono trovati ingolfati e incapaci di riuscire a metter in atto lo screening necessario per controllare la sicurezza di Rsa e Rsd in tutta la Toscana. Ora la Regione ha cambiato idea, ma intanto i morti nelle casa di cura hanno superato quota 150. “Sicuramente in questa situazione tragica se c’era qualcuno che poteva fare di più era la Regione. Doveva essere più celere sia per quanto riguarda test e tamponi che per i dispositivi di protezione. Abbiamo dovuto fare tutto da soli” ci dice Franca Conte. E in questo stato di abbandono istituzionale c’è chi è riuscito a cavarsela e chi invece è sprofondato. Costretto ad assistere alla sconfitta degli anziani in lotta contro il Covid19.

Franca al telefono ci tiene a precisarlo: “Noi nelle tante telefonate anche con il presidente Enrico Rossi ci siamo messi a completa disposizione. ‘Se c’è qualcosa da fare batta un colpo e noi la faremo’. Era questo il nostro atteggiamento.” E qualcuno questo colpo l’ha battuto presidente? “Eh…non ancora.”