“Non possiamo chiuderci dentro come la Chiesa delle catacombe”

“Non possiamo chiuderci dentro come la Chiesa delle catacombe”

23 Aprile 2020 0 Di direzione

Don Lino, il prete della “Messa proibita” a Cremona, è convinto di essere nel giusto

Don Lino Viola, un sacerdote incaricato a Gallignano, in provincia di Cremona, ha celebrato una Messa con 12 persone. L’episodio è balzato agli onori delle cronache soprattutto per via dell’intervento di almeno un carabiniere, che è entrato all’interno della chiesa durante la celebrazione.

Nessuna autorità, stando al pensiero del cardinale Angelo Becciu, che ha parlato dell’accaduto su Twitter, può sospendere una funziona religiosa. La diocesi cremonese, però, ha in qualche modo rimprovarato don Lino. L’accadimento è interessante. Anche perché riguarda in qualche modo la querelle sulle “chiese chiuse”. Molti fedeli, in specie dopo il fatto della parrocchia di Gallignano, stanno chiedendo di poter ricevere di nuovo i sacramenti, dunque di poter presenziare alle Messe. Papa Francesco stesso, in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, ha chiarito come questa non possa essere considerata la “Chiesa vera”. L’Ecclesia è fondata sui sacramenti, che per il popolo cristiano-cattolico rappresentano sempre un’urgenza spirituale.

Don Lino Viola, si sente l’autore di una “Messa clandestina”?

“Domenica diciannove aprile, alle ore 10, ero intento a celebrare la Messa parrocchiale. Noi possiamo celebrare la Messa. E questa facoltà dipende da un decreto del Ministero dell’Interno. Quello del 27 marzo, che afferma che le liturgie non sono proibite e che si può celebrare la Messa senza la presenza del popolo, ma con l’assistenza degli accoliti, ossia quelle persone che rendono dignitoso il rito. Parlo dei cantori, dei chierichetti, dei lettori, dell’organista e di quant’altro. Quella domenica, oltre me, erano presenti altre dodici persone. Possiamo definirli accoliti, così come li chiama il decreto. Se non altro perché favorivano la liturga della parola e la liturgia eucaristica. Ma il fatto principale è un altro…”.

Quale?

“Tanti non lo rilevano: il carabiniere che si è recato all’altare dopo la mia omelia ha contestato che io non potevo celebrare la Messa, stante il decreto ministeriale del 25 marzo. Quello che afferma, mediante l’articolo 1, comma 2, lettera h, che tutte le funzioni religiosi e civili sono abolite. E questo il carabiniere lo ha rimarcato, mettendomi sotto il naso quel decreto, con la parte di riferimento del testo che era sottolineata con l’evidenziatore. Io non contesto l’accaduto. Io mi sono indignato perché ho tutto il diritto di celebrare…”.

Le contesteranno però che 12 persone sono troppe come accoliti…

“Quello che mi ha fatto indignare deriva dal fatto che il carabiniere non mi ha contestato questo decreto (Don Lino si riferisce al decreto del 27 marzo, ndr), ma quello precedente. Questo mi ha indignato”.

Avrà visto che il cardinal Angelo Becciu ha scritto una riflessione su Twitter…

“Sì. Mi ha telefonato anche il cardinal Konrad Krajewski, l’elemosiniere del Papa, che mi ha espresso la sua solidarietà”.

Lei è dunque d’accordo con Becciu: le autorità non possano sospendere le Messe…

“Ma è il ministero dell’Interno, che peraltro ha inoltrato il decreto a monsignor Ivan Maffeis, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, che ha stabilito che noi possiamo celebrare. Non è don Lino ad affermarlo. Basta che ci siano soltanti i cosiddetti accoliti. Domenica, quando ha celebrato il Papa, c’era anche il coro. Tra gli accoliti di Gallignano, c’erano due operatori che mandavano in onda, un organista, un lettore, una guida, un chierichetto…Si tratta di persone all’interno di una struttura di 500 metri quadrati. Persone dotate di mascherina, che non erano distanziate di un metro, ma di quattro metri. Il ministero non specifica il numero degli accoliti. Se avessero voluto contestarmi anche gli accoliti, avrebbero dovuto contestarmi il primo decreto, dicendomi: “Lei non può celebrare”.

Ma lei pensa che le chiese debbano essere riaperte alla partecipazione del pubblico?

“Non tocca a me dirlo. Spetta ai medici ed ai virologi. Io, quando celebro la Messa, cerco di non avere il concorso del popolo. Di solito, quando celebro, presenziano sette accoliti. Questa volta ce n’era qualcuno di più? Ma cantavano. Avevano la mascherina ed erano distanziati di quattro metri. Non possono essere chiamati “popolo””.

Il vescovo però le ha scritto una lettera…

“Sono amareggiato. Gli ho telefonato ed ho scritto una lettera alla Curia. Il vescovo ha stigmatizzato dicendo che ho celebrato a porte aperte. Si tratta di una norma canonica, quella delle porte chiuse, che ho rispettato e rispetterò. Anche se non sono d’accordo: non possiamo chiuderci dentro come la chiesa delle catacombe. Ma il vescovo non ha stigmatizzato il gesto del carabiniere che si è recato sull’altare, come ha fatto invece il cardinale Becciu”.

La multa la paga?

“Mi sono già rivolto agli avvocati. L’azione legale contro l’abuso di ufficio è partita. Lui (il carabiniere, ndr) mi ha contestato il decreto del 25 marzo, che era stato superato da quello del 27 marzo”.

La zona di Cremona è stata interessata dalla pandemia da Covid-19. Cosa state facendo come realtà parrocchiale?

“Noi, a livello pastorale, stiamo facendo tutto via streaming, compresa la Catechesi. Anche noi, poi, cerchiamo di fare attività caritative. Per quanto nel mio paese non ci siano situazioni di povertà gravi. Abbiamo consegnato 4-5 quintali di materiale alla mensa dei poveri della Caritas diocesana. Quello che mi dispiace è che i malati non possano essere visitati: esiste un pericolo di infezione. Cerchiamo di pregare e di fare quello che possibile. Io, con i miei, anche tra gli ospedalizzati o in corsia, ho mantenuto un contatto telefonico. Telefono anche a coloro che sono in quarantena”.