Trappola del governo alle imprese: il Covid è infortunio sul lavoro

Trappola del governo alle imprese: il Covid è infortunio sul lavoro

21 Aprile 2020 0 Di direzione

Come previsto dal Cura Italia, l’Inail classifica il contagio da Covid-19 come infortunio. Così la responsabilità grava sui datori di lavoro

Gli esperti hanno già avvisato: il coronavirus sarà difficile da sconfiggere e continuerà a circolare. Dovremo quindi imparare a convivere con il Covid-19 almeno fino a quando non ci sarà un vaccino o una cura.

Il “ritorno alla normalità” preoccupa, ma dopo più di un mese di lockdown il Paese deve ripartire. Lo sanno bene gli imprenditori che, nella maggior parte dei casi, sono stati costretti a bloccare le loro aziende e ora premono per la riapertura. Non si troveranno però ad affrontare “solo” gli effetti economici dell’emergenza sanitaria: su di loro ora ricade anche una seria responsabilità.

L’articolo 42 del decreto Cura Italia, al comma 2, prevede infatti che se un lavoratore viene contagiato dal Covid-19 il caso sarà iscritto nel registro dell’Inail come infortunio sul lavoro. Lo precisa anche la circolare n.13 del 3 aprile dell’Istituto. Quindi, “nel momento in cui l’Inail riconosce un infortunio sul lavoro al lavoratore, quest’ultimo – come in ogni caso di infortunio sul lavoro – può rivalersi nei confronti del datore”, spiega a ilgiornale.it Luca Failla, giuslavorista e founder partner di Lablaw. La responsabilità va quindi a gravare sugli imprenditori e il riconoscimento del coronavirus come infortunio sul lavoro “favorirà senza dubbio possibili azioni, procedimenti, richieste di danno in capo ai datori“, sottolinea Failla spiegando che comunque “non ci sarà una ricaduta sul premio”. “Il riconoscimento di infortunio sul lavoro non costituisce di per sé riconoscimento di responsabilità penale – aggiunge -. Di sicuro apre la possibilità, è un rischio astratto, di responsabilità penale in capo all’azienda. Poi bisognerà vedere se il lavoratore può provare di aver contratto il Covid mentre svolgeva attività lavorativa”. E questo è un punto fondamentale.

Ricostruire il momento e il luogo esatto dell’infezione da coronavirus è molto difficile. Sul sito del ministero della Salute si legge che “il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici varia fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni”. Inoltre, i sintomi sono molteplici e spesso simili a quelli di un semplice raffreddore, mentre in molti casi possono persino non presentarsi. Per di più, nelle ultime settimane gli esperti hanno spiegato che ora i contagi avvengono soprattutto tra le mura domestiche, in famiglia. Come può quindi un imprenditore assumersi questa responsabilità? “Non è semplice dimostrare che un lavoratore si è ammalato sul posto di lavoro – evidenzia Failla -. Qui si apre il tema della ripartizione dell’onere probatorio: è il lavoratore che deve provare che il datore è venuto meno a norme di tutela della sicurezza o deve essere il datore a dimostrare di non aver mancato nei propri obblighi?”. Poi aggiunge: “Nel caso del coronavirus si fa tutto più complicato: se un lavoratore contrae il Covid a oltre due settimane dall’ultima volta che è andato al lavoro, c’è una forte presunzione che il virus sia stato preso fuori dagli ambienti lavorativi; se invece un dipendente ha continuato a svolgere le sue mansioni, è più facile che dica di aver contratto il virus sul luogo di lavoro. E a questo punto sarà il datore che dovrà provare a discolparsi e dimostrare che il Covid non è stato recepito nell’esercizio dell’attività lavorativa. Basterebbe però che anche un altro dipendente abbia contratto il virus per creare una sorta di presunzione di responsabilità del datore”. Una serie di casi che non fanno stare tranquilli gli imprenditori. E anche rispettare tutte le misure per proteggere i propri lavoratori potrebbe non bastare.

“Stiamo dicendo alle aziende di rispettare tutte le norme previste dal Protocollo del 14 marzo (Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, ndr). Ma è sufficiente? – si chiede Failla – Ad esempio, tamponi e test sierologico non sono previsti in questo Protocollo e qui già si apre una possibile falla. Nel momento in cui un lavoratore, nonostante le mascherine, i guanti, il distanziamento e tutte le altre misure, contrae il virus, la falla si sposta nel campo del datore di lavoro”. Per l’imprenditore non sembra quindi esserci scampo. E così in molti cercano di tutelarsi “introducendo nelle aziende i body scanner per misurare la temperatura – conclude Failla – e facendo tamponi e test sierologici”. Il tutto, spesso, pagato di tasca propria dai datori di lavoro per proteggere i dipendenti e cercare di ripartire in sicurezza.