L’ingiustizia dei fondi europei.All’Italia vanno solo le briciole

L’ingiustizia dei fondi europei.All’Italia vanno solo le briciole

21 Aprile 2020 1 Di direzione

I riflettori sono puntati sul prossimo Consiglio europeo, in programma tra meno di 48 ore. Bruxelles deve decidere quali strumenti mettere in campo per aiutare i Paesi dell’Unione europea a ricostruire le rispettive economie, vessate dalla pandemia Covid-19. Sul tavolo c’è già un pacchetto di proposte concrete, il cui contenuto ha tuttavia diviso l’Europa in due blocchi: da una parte c’è chi ritiene sufficiente questa prima offerta; dall’altra chi vorrebbe ulteriore supporto.

E così, mentre Germania, Olanda e governi del Nord sostengono che l’Ue abbia fatto la sua parte, aprendo ad esempio a un Mes in formato light, Italia, Spagna e Francia battono i pugni sul tavolo e sognano gli eurobond. Nel frattempo, in attesa di capire come e se verranno sciolti i nodi relativi al Meccanismo europeo di stabilità e ai bond, vale la pena soffermarsi sulla ripartizione dei fondi anti Covid-19.

Come sottolinea il quotidiano La Verità, stiamo parlando dei 37 miliardi di euro contenuti nel Crii, ovvero nel Coronavirus respond investment initiative. Questi soldi, annunciati da Ursula von der Leyen lo scorso 13 marzo, non sono altro che contributi a fondo perduto che i vari governi possono impiegare per acquistare mascherine, attrezzature ospedaliere e respiratori.

All’Italia solo le briciole

Riavvolgiamo il nastro. Alla fine di marzo fu allestita una task force formata da cinque commissari, tra cui anche Paolo Gentiloni. Pochi giorni dopo il Parlamento europeo votò la misura. All’inizio di aprile i soldi erano già disponibili. Il problema è che questi denari sono stati distribuiti con criteri a dir poco bizzarri. È così che l’ottima idea di istituire contributi senza obbligo di restituzione rischia di trasformarsi nell’ennesima ingiustizia preparata con arguzia dai burocrati di Bruxelles.

La ripartizione dei 37 miliardi non ha seguito la logica dell’emergenza sanitaria, quanto le fredde regole dei fondi di coesione. Morale della favola: anche se la pandemia ha provocato in Italia quasi 30mila morti e poco più di 200 in Ungheria, nelle tasche di Roma finiranno 2,3 miliardi mentre in quelle di Budapest 5,6 miliardi. Calcolatrice alla mano, il nostro Paese – che ricordiamo: è un contributore netto dell’Ue – incasserà una somma pari allo 0,1% del suo Pil, a fronte del 3,9% ungherese. Ma non è finita qui perché persino Romania e Slovacchia riceveranno più denari di noi, potendo contare rispettivamente su 3 e 2,5 miliardi. Che dire, invece, dei 4,1 miliardi della Spagna?

I conti non tornano

Insomma, quelli che dovrebbero essere fondi anti-Covid-19 non seguono la reale entità del bisogno ma solo la mera burocrazia. Altro che strumento ”rapido e consistente” ideato appositamente ”per salvare vite”, come spiegava il direttore generale della Dg Bilancio, Gert Koopman. Senza che Gentiloni alzasse un dito per protestare, all’Italia, il Paese europeo più colpito dalla pandemia, è stato destinato appena il 6% dei 37 miliardi complessivi.

Lo stesso capo del budget Koopman fu chiaro quando il 13 marzo spiegò che il Crii era uno strumento che non distribuiva i fondi in maniera ottimale. A sua discolpa, l’olandese cercò di giustificarsi affermando che non c’era il tempo necessario per creare qualcosa di meglio, ma soprattutto che ogni possibile modifica avrebbe provocato liti infinite. ”Se avessimo proposto di cambiare la ripartizione delle somme tra gli Stati membri – arrivò dritto al punto Koopman – probabilmente saremmo stati qui anche l’anno prossimo”.

Eppure i conti non tornano: nel 2018 l’Italia ha contributo al bilancio Ue per 7 miliardi netti, con 17 di versamenti e 10 di incassi. I 37 miliardi sono pur sempre una somma consistente del medesimo bilancio, quindi non si capisce perché Roma faccia beneficenza senza ricevere altrettanto. Basti pensare che dal 2014 al 2020 l’Italia ha ricevuto fondi strutturali per il 2,5% del suo Pil, a fronte del 17% dell’Ungheria. È la cara solidarietà europea.