“La pioggia lava le strade”. L’infettivologo smonta la bufala sul virus

“La pioggia lava le strade”. L’infettivologo smonta la bufala sul virus

20 Aprile 2020 0 Di direzione

“La pioggia che sta cadendo in Italia non elimina il Covid dalle strade, è ininfluente”: lo ha affermato Marcello Tavio, presidente della Simit, che ha sottolineato come, nonostante sia probabile, non esistono ancora studi in grado di dimostrare un legame tra clima e virus

Quasi tutta Italia è sotto la pioggia, e lo sarà ancora per qualche giorno. Mentre numerosi studi sono in corso per capire se esiste una correlazione tra il Covid-19 ed il clima, ci si domanda se gli acquazzoni di queste ore possano “pulire” le strade dal Coronavirus, magari eliminandolo.

La pioggia non elimina il virus

La risposta, però, è no. “È ininfluente che la pioggia lavi le strade, non ha effetto”, spiega l’infettivologo Marcello Tavio, presidente della Simit, la Società italiana delle malattie infettive e tropicali. L’unico vantaggio rappresentato dal maltempo è dissuadere la gente dall’uscire di casa, evitando rischi per la salute. “Tutto ciò che obbliga le persone a stare in casa limita forzosamente i contatti sociali – prosegue Tavio, in un’intervista al Messaggero – ma ciò, per un giorno, ha scarsa rilevanza. Lo si dovrebbe auspicare per due o tre settimane, ma è cosa che noi come Simit non ci auguriamo”.

Clima e Covid

Si fa un gran parlare dei possibili legami tra il clima ed il virus Sars-Cov-2: alcuni studi li notano, altri no, per altri è ancora presto per trarre conclusioni. Come nel caso dell’estate che si appresta ad arrivare, non è possibile stabilire con certezza se il Covid-19 avrà una regressione durante il periodo estivo. “È probabile che ci sia un legame, ma non è stato indagato a fondo. È chiaro che potremmo avere un beneficio nella buona stagione, ma non è chiaro come potrebbe agire sulla dinamica virale”, conclude il presidente Simit.

Gli studi

Un’analisi effettuata dal Mit di Boston ha evidenziato come il numero massimo di casi di Coronavirus si sia verificato in tutte quelle zone con temperature comprese fra i 3 ed i 13°C. Al contrario, Paesi con temperature medie superiori a 18°C hanno una percentuale minore dei casi totali. L’esempio è lampante negli Stati Uniti, dove i Paesi del sud (Texas, Florida e Arizona) hanno registrato finora un tasso di crescita più lento rispetto agli stati del nord (come Washington, New York e Colorado). Questi risultati, comunque, non hanno ancora nessun riscontro scientifico, sono soltanto delle osservazioni sull’andamento della pandemia nel mondo.

Inquinamento e Covid

Invece, c’è una notizia fresca fresca che arriva dal Cnr e “lega” la diffusione del virus all’inquinamento atmosferico. Lo studio, pubblicato su Atmosphere, analizza l’esposizione pregressa all’inquinamento atmosferico, cercando di capire l’esistenza di una correlazione con la vulnerabilità al Covid-19. “È possibile – affermano gli esperti- che la già avvenuta esposizione di lungo periodo all’inquinamento atmosferico possa aumentare la vulnerabilità degli esposti al Covid-19 a contrarre, se contagiati, forme più importanti con prognosi gravi”.

La stessa ipotesi era stata presa in considerazione anche dai ricercatori dell’Università di Harvard, che avevano evidenziato come i livelli di polveri sottili dell’aria potessero influire sulla mortalità. “Tuttavia- hanno sottolineato Daniele Contini e Francesca Costabile, del Cnr-Isac di Lecce e Roma – deve ancora essere stimato il peso dell’inquinamento rispetto ad altri fattori concomitanti e confondenti”.