Torna l’incubo “patrimoniale” Per l’Italia sarebbe il disastro

Torna l’incubo “patrimoniale” Per l’Italia sarebbe il disastro

19 Aprile 2020 0 Di direzione

Nel contesto politico ed economico molte voci autorevoli si stanno levando a favore di forme di imposte patrimoniali o, addirittura, prelievi forzosi sui conti correnti degli italiani come mezzo di finanziamento per procacciare allo Stato risorse nella corsa contro il tempo per lenire l’emergenza economica del coronavirus. I finanziamenti e le coperture per le misure annunciate boccheggiano, e il governo in vista delle prossime manovre rischia di restare spalle al muro se anche le nuove, benvenute emissioni di titoli non bastassero a coprire le necessità.

In un intervista al Fatto Quotidiano, il patron di Eataly Oscar Farinetti ha recentemente appoggiato l’idea di operare un prelievo forzoso simile a quello compiuto nel 1992 dal governo di Giuliano Amato, avvenuto nella notte di venerdì 10 luglio 1992, legittimato con decreto d’urgenza pubblicato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. L’esecutivo Amato prelevò allora il 6 per mille da tutti i conti degli italiani e, per Farinetti, replicare una manovra di questo tipo oggigiorno garantirebbe allo Stato 82 miliardi di euro di risorse.

Nel campo del Partito Democratico, invece, l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrioha proposto l’istituzione di un contributo di solidarietà su base patrimoniale per i cittadini con redditi superiori agli 80.000 euro, ricevendo le brusche critiche di Movimento Cinque Stelle e Italia Viva, parte del governo, ma soprattutto dell’opposizione di centrodestra. Tra i sostenitori “civici” della maggioranza di governo la proposta più radicale è arrivata dal leader delle Sardine Mattia Sartori, che ha proposto di chiedere a tutti i cittadini italiani l’1% del proprio patrimonio per una linea di credito d’emergenza.

Tutte queste proposte scontano il limite di essere fortemente regressive, estremamente difficili da gestire e potenzialmente in grado di causare un effetto sfiducia nel Paese. “L’imposta patrimoniale, quale che essa sia, e misure similari nonché l’imposta straordinaria sul reddito oggi provocherebbero uno sconquasso”, nota Il Tempo. Esse “innescherebbero fughe di capitali; alimenterebbero una grande sfiducia nello Stato; graverebbero su chi paga le tasse e ancora un volta la farebbe franca la nutrita schiera degli evasori”, specie nel caso di un contributo di solidarietàreso operativo senza controlli approfonditi sui flussi finanziari, l’effettiva compliance fiscale, la trasparenza delle dichiarazioni dei cittadini.

Il prelievo forzoso colpirebbe poi in maniera duramente regressiva, facendosi sentire in maniera più pesante sui conti dei cittadini che fanno affidamento sul risparmio privato per superare questa fase di alta marea, come del resto già avvenuto nei difficili anni della crisi del debito. Penalizzare il risparmio finirebbe per gettare una profonda ombra di sconforto sulle capacità di ripresa del Paese. Oltre a compromettere l’immagine dello Stato agli occhi dei cittadini e degli operatori economici italiani e stranieri.

L’Italia, del resto, può sfruttare con forza la leva dell’emissione di titoli pubblici, che ha ricevuto di recente l’endorsement importante della finanza statunitense, e puntare su una mobilitazione non coercitiva del risparmio privato. Proposte quali il prestito nazionale ipotizzato da Giulio Tremonti e Giovanni Bazoli sono soluzioni più virtuose, perché coinvolgerebbero il risparmio in un’architettura più complessa, non riducendolo a “bancomat” a cui attingere per misure d’emergenza. Il prelievo forzoso di Amato del 1992 fu la manifestazione per eccellenza della crisi in cui l’Italia si dibatteva nella fase finale della Prima Repubblica e aumentò la percezione di vulnerabilità del Paese: poche settimane dopo sarebbero arrivati gli attacchi di Bundesbank alla lira,la successiva speculazione del finanziere George Soros e l’uscita di Roma dal sistema monetario europeo. Ora, nel pieno dell’incertezza comunitaria sul tema, porre in essere misure simili aiuterebbe solo a indebolire la già vulnerabile posizione negoziale dell’Italia, portando nel contempo a un declino ulteriore delle prospettive economiche nazionali.