Così la Toscana ha nascosto l’ecatombe di anziani nelle case di cura

Così la Toscana ha nascosto l’ecatombe di anziani nelle case di cura

18 Aprile 2020 0 Di direzione

Dalle scorte di mascherine insufficienti, ai risultati dei tamponi arrivati dopo giorni di attesa, fino ai pazienti positivi lasciati nei reparti, tutti gli errori della Regione Toscana che sono costati la vita a centinaia di anziani

Si citano numeri ma si perdono vite. In gran parte vissute o ancora da costruire. Si salutano corpi. Giovani o anziani poco importa. Perché la vita ha un peso a qualunque età. Ogni numero che si aggiunge alla lista dei decessi è un pianto, una sofferenza e, ad oggi, nelle case di cura Toscane 149 anziani hanno perso la vita.

Hanno chiuso gli occhi per l’ultima volta senza neanche poter salutare i propri figli, i propri nipoti.

Il virus nei centri per anziani ha formato una catena di contagi inarrestabile e, giorno dopo giorno, il dramma ha preso forma. Da nord a sud della Regione migliaia di infetti e centinaia di morti, proprio in quei luoghi in cui le persone credevano di essere protette. Assistite. Pensavano di essere al sicuro. E invece, il loro corpo debole, alcune volte provato da altre patologie, è diventato un’esca facile per il Covid19. Isolamento, guanti, mascherine, gel disinfettanti. Le armi da utilizzare contro il virus sono sempre state poche, dall’inizio dell’epidemia. Se il nemico invisibile non si poteva uccidere andava allontanato e questo è sempre stato l’unico modo per azzerare i contagi. Eppure nelle Rsa della Toscana qualcosa sembra essere andato storto. Perché in quelle strutture chiuse, diventate un carcere per chi da lì non è più potuto uscire, per tutti coloro che hanno dovuto dimenticare una carezza di un proprio caro per evitare di esporre gli altri pazienti al contagio, il virus è entrato e ha iniziato a correre mietendo vittime giorno dopo giorno.

Caos tra ordinanze e circolari

Per trovare le falle di un sistema che ha fa acqua da tutte le parti è necessario fare un passo indietro. Risale al 2 marzo la prima circolare riguardo le Rsa emanata dalla Regione Toscana. Nel documento si indicavano le prime linee guide da seguire in ordine alle procedure sulle accettazioni, sulle modalità operative del personale sanitario impiegato, sulla separazione tra aree Covid e No-Covid, sull’accesso di visitatori dall’esterno. Da quel giorno gli anziani non hanno più visto i propri parenti. “I primi di marzo sono andata all’Impruneta (Firenze sud), nella casa di cura dove è stato portato mio nonno dopo un ricovero all’Ospedale di Careggi. Avrei dovuto portargli i vestiti ma all’ingresso non mi facevano entrare. Alla fine si sono convinti a farmi salire solo per avvertirlo che non saremo più potuti venire a trovarlo e lasciargli le sue cose, – ci racconta Margherita – Eppure gli infermieri e i medici che incontravo in corsia non avevano ancora le mascherine”.

Niente FFP2 o mascherine chirurgiche per chi stava a contatto con i pazienti. E ormai, la cosa non stupisce più. Le mascherine in Toscana erano già esaurite ovunque a partire dai primi di febbraio e nonostante la circolare, la Regione, non è riuscita a fornire in tempo i dispositivi di protezione per far sì che gli obblighi potessero essere messi in pratica. Un vero controsenso, considerando che proprio la regione “rossa” aveva il compito di distribuire i materiali. Come potevano le Rsa seguire le indicazioni della regione? “Avevamo paura anche noi, – ammette un’infermiera della stessa struttura, – il punto è che non ne avevamo abbastanza le prime settimane di marzo”. E quindi si correva il rischio. Rischio che è valso la vita a centinaia di persone. Sì, perché proprio in quella struttura ad oggi sono almeno 5 i pazienti affetti da coronavirus.

Il 29 marzo le Rsa sono diventate oggetto anche di una specifica ordinanza del presidente della Regione, Enrico Rossi, con cui sono state definite le modalità di trattamento dei casi. Come il trasferimento negli ospedali di quelli più gravi e l’isolamento all’interno della stessa struttura, o in altre se non possibile, dei pazienti positivi. A seguito di quella stessa ordinanza sarebbe dovuto partire uno screening nelle Rsa e Rsd (residenze per disabili), con esami a tappeto per ospiti e operatori, a cominciare dalle realtà maggiormente interessate da casi di contagio. Il 29 marzo in Italia si contavano già più di 97mila casi positivi e più di 10mila morti. Meglio tardi che mai verrebbe da dire. Se non fosse che, ancora una volta, le misure contenute nell’ordinanza non hanno trovato facile applicazione. “Noi stiamo ancora cercando di fare il tampone a tutte le persone presenti in struttura”, ci spiega il medico della Rsa all’Impruneta. “Per il momento è stato fatto solo alle persone risultate positive ai test sierologici”. E gli operatori sanitari sono l’ultima ruota del carro. “Adesso ripartiremo cercando di fare i tamponi a tutti gli anziani e dopodiché vedremo se riusciamo ad ottenerli anche per medici e infermieri della struttura, altrimenti dobbiamo procedere solamente con i test sierologici.”

Ma c’è di più. I “fortunati” che hanno avuto accesso ai tamponi, perché sintomatici o perché risultati positivi al test sierologico, per giorni avrebbero potuto infettare chiunque. “Abbiamo dovuto attendere 5 giorni prima di avere la risposta del tampone”, ci spiega il dottore. Giorni in cui i pazienti positivi sono rimasti nelle proprie stanze senza poter, ovviamente, essere spostati nel reparto Covid della struttura. Il motivo sono le risorse, che non bastano. I laboratori di analisi della Regione sono stati aumentati, ma rimangono in sovraccarico. Un risvolto prevedibile considerando che la Regione ha fatto di tutto per evitare di prevenire il problema. I primi giorni di aprile il presidente Rossi scrive in una nota: “La Regione è disposta a convenzionarsi con i privati che lo vorranno, ma se procederanno a fare i test in autonomia, la Regione li denuncerà alla Protezione civile nazionale, chiedendo la requisizione dei kit per i test sierologici”. Lo stop ai test nelle cliniche private ha fatto sì che chiunque avesse bisogno del test si rivolgesse, senza eccezioni, al servizio pubblico, che in pochi giorni ha dovuto far fronte a migliaia di richieste senza essere in grado di poterne rispondere.

Ora la Regione fa retromarcia. “Pare che Rossi abbia tolto lo stop ai test per i privati e se potremo ricominciare ad analizzare i test nei nostri laboratori riusciremo ad avere risultati in meno di 24 ore”, ci confida il medico della Rsa. Una possibilità che potrebbe fare la differenza tra qualche giorno. Quando nella casa di cura si dovrà iniziare a verificare la situazione dei possibili guariti. “Per poterli mandare a casa due tamponi devono risultare positivi. Uno a distanza di 48 ore dall’altro. Ma se per i risultati del primo dovessimo aspettare di nuovo cinque giorni capisce che diventerebbe impossibile…”