Il virus è una guerra mondiale

Il virus è una guerra mondiale

15 Aprile 2020 0 Di direzione

‘Nulla sarà più come prima’, si diceva dopo l’11 settembre 2001 e tante cose in effetti quel giorno cambiarono. Quasi vent’anni dopo, quella frase torna attuale. A inizio gennaio 2020 si pensava che l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte di un drone americano avrebbe scatenato la ‘terza guerra mondiale’, quasi potesse essere ‘l’11 settembre del nuovo decennio’, come se puntuale, ciclicamente, ogni dieci anni fosse inevitabile uno choc simile. Nulla di più improbabile. La crisi Soleimani rientrò velocemente: il deterrente delle armi nucleari, della guerra totale o mondiale, spinse tutti gli attori a un relativo buon senso, persino Donald Trump.

In secondo piano, prima in Cina e poi in ogni angolo del pianeta, il coronavirus, a gennaio era già presente da settimane e continuava silenziosamente a diffondersi. Gradualmente ha iniziato a terrorizzare e a mietere vittime, proprio come una guerra, però su scala globale: ad oggi solo l’Antartide rimane l’unico luogo rimasto immune al virus. E se diversi governi hanno usato una narrativa bellica per descrivere l’emergenza (“Siamo in guerra contro un nemico invisibile”, hanno detto sia Trump che Macron), ci accorgiamo che per la portata della crisi (appunto, mondiale) e per le drammatiche conseguenze che sta avendo e avrà sulle nostre vite, questo virus è esso stesso una ‘guerra mondiale’, paragonabile per certi aspetti ai drammatici eventi scoppiati nel 1914 e nel 1939. Anche Mario Draghi, scriveva pochi giorni fa sul Financial Times che “stiamo fronteggiando una guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza”.

L’era delle guerre convenzionali però è già finita da un pezzo. E ora non dovrebbe dunque essere difficile immaginare una ipotetica ‘terza guerra mondiale’ dove non si hanno due schieramenti di Stati ma due schieramenti dove da una parte c’è l’umanità (e gli Stati) e dall’altra il virus. Sembra uno scenario distopico ma questa è la realtà, ed è una guerra che questa volta, ci vede davvero tutti coinvolti.

Il solito dilemma: sicurezza vs libertà

Attenzione però. Potremmo essere d’accordo con tutto ciò ma definire questa pandemia ‘guerra mondiale’ è un’arma a doppio taglio. Se da una parte ci impone una riflessione su quello che sarà il ‘dopoguerra’, riflessione che è opportuno iniziare a fare ora per pianificare e non trovarci impreparati dopo, dall’altra, interpretare questa fase emergenziale convinti di essere attori belligeranti, apre la strada a pericolose deviazioni.

Nei paesi democratici, i provvedimenti eccezionali in situazioni gravi come questa emergenza sanitaria sono previsti dalle stesse Costituzioni. Accadde anche dopo l’11 settembre e, nell’immediato, nessuno rimase particolarmente scioccato dalle violazioni della privacy come il Patriot Act, attuate negli Stati Uniti (e similmente anche in Europa) o dalle limitazioni di libertà individuali per persone anche solo sospettate di terrorismo.

Nessuno discute sulla forza maggiore, almeno durante l’emergenza. Il problema è che “accade spesso che il potere governativo si espanda in tempo di emergenza e non ritorni completamente allo status quo ante dopo che l’emergenza è passata”, come scrive Richard Primus, studioso di diritto costituzionale all’Università del Michigan.

Per questo, quello che sta accadendo in tutto il mondo da questo punto di vista può essere fonte di preoccupazione per il futuro. In tanti paesi l’esercito è nelle strade, in Israele il premier Benjamin Netanyahu ha deciso di tracciare i cellulari per verificare le violazioni alla quarantena, iniziativa peraltro proposta anche da alcuni politici italiani. In Ungheria, il parlamento ha dato al premier Viktor Orbán pieni poteri; in India e finanche in Perù, esercito e forze di polizia hanno utilizzato metodi poco ortodossi o violenti, per costringere i cittadini a rimanere nelle case. In Egitto e in Iran, i numeri legati al contagio e alle vittime del virus sono stati chiaramente ridimensionati dalle autorità e in entrambi i casi, medici e infermieri hanno (anonimamente) affermato di aver paura di fornire dettagli sulla realtà dei fatti per paura di ritorsioni da parte delle autorità. L’Egitto ha persino espulso una giornalista del Guardian e censurato un reporter del New York Times per aver condiviso “dati errati” sull’epidemia. L’obiettivo del Cairo e di Teheran è quello di evitare imbarazzi, domestici o internazionali. In ogni caso, è un copione già visto (vedi l’11 settembre): all’avanzare di un grande pericolo e di un’emergenza (presunta o tale), corrisponde spesso un aumento del controllo dello Stato sulla vita dei cittadini.

Tuttavia, se da una parte siamo certi che in Europa le misure restrittive (peraltro non rivolte contro la libertà di stampa e il diritto all’informazione) sicuramente verranno eliminate una volta finita l’emergenza, non è detto che in paesi meno democratici accadrà lo stesso. È il solito dilemma che si ripropone in situazioni di emergenza: quando diritto alla sicurezza si scontra con le libertà individuali, dove finisce il confine di entrambi?

Nulla sarà più come prima? Il rischio di rottura sociale

Seconda questione da approfondire. In questi giorni, analisti, economisti, ricercatori, accademici, giornalisti, esperti o meno, hanno pubblicato contenuti sui possibili scenari post-coronavirus. La frase ‘We’re not going back to normal’, è stata rilanciata in decine di lingue. E va detto: è un terreno di analisi interessante; un tema che ci riguarda tutti: come sarà la nostra vita dopo questa emergenza?

Su una cosa bisogna essere chiari: se da una parte alcune categorie di persone usciranno da questa crisi lasciandosi presto alle spalle l’esperienza dell’isolamento sociale, molte persone ne usciranno devastate. Ci saranno diversi crolli, economici o psicologici; imprese che falliscono, persone che perdono il lavoro. C’è peraltro un’altra fetta di criticità, meno visibile. Le persone con problemi psichici, oggi rinchiuse in casa, rischiano ulteriori crolli emotivi. Le donne che subiscono violenza domestica, oggi sono rinchiuse in casa con i propri carnefici. In una realtà di convivenza forzata, nelle ultime settimane in Cina sono aumentati i divorzi del 30 per cento, e così anche le violenze domestiche. E in Italia, negli ultimi 15 giorni le chiamate al “Telefono Rosa” e le denunce alle forze dell’ordine sono entrambe diminuite del 50 per cento.

Ulteriore rischio è che questi crolli arrivino prima della fine dell’emergenza, portando a una drammatica rottura sociale nella fase più delicata dell’emergenza. Nei giorni scorsi, l’intelligence italiana ha consegnato al governo un report riservato che segnala un “potenziale pericolo di rivolte e ribellioni, spontanee o organizzate, soprattutto nel sud Italia, dove l’economia sommersa e la capillare presenza della criminalità organizzata sono due dei principali fattori di rischio”. Dati preoccupanti.

Nulla sarà più come prima? La vittoria definitiva del digitale sull’analogico

Terza questione. Il settore analogico viene quasi decimato, mentre le tradizionali attività tra cui hotel, ristoranti e settore dell’aviazione, in crisi profonda e in molti casi bloccati fino a data indefinita. Il settore digitale, invece, è più che mai fiorente, attraversa un boom senza precedenti. Dopotutto stiamo sopravvivendo a questa pandemia anche grazie alla tecnologia. Il mondo ai tempi della pandemia cambia e come. Gli smartphone e i computer, improvvisamente appaiono beni di necessità per mantenere un certo equilibrio psicologico. Un paradosso, se si pensa che prima di questa crisi molte persone erano invece più ciniche e critiche nei confronti della tecnologia a causa del suo potere di renderci individui più passivi.

Il mondo sta cambiando e come. Ora lo smart-working non è più indiscriminatamente visto come un ‘assurdo’. Ora, investire nel digitale sembra quasi una necessità per tutti i settori: la normalità. Almeno nel breve termine, le persone dimenticheranno quell’ostilità diffusa nei confronti dei big della Silicon Valley e le grandi aziende tecnologiche americane (ma anche asiatiche) diventeranno ancora più potenti e dominanti, altro fattore da tenere a mente nel momento in cui immaginiamo i prossimi trend e scenari del ‘dopoguerra’.

Tuttavia, l’ulteriore ascesa del digitale porta con sé anche possibili risvolti negativi. Basti pensare alla scuola. Per quanto abbia riscosso un relativo successo in molti paesi, la ‘scuola digitale’ rischia di rendere l’educazione sempre più elitaria, avendo le famiglie bisogno di risorse economiche per tenere il passo di un aggiornamento in digitale della formazione tradizionale. Senza dimenticare che l’accesso a una buona connessione internet non è un bene scontato per molti studenti in tanti paesi del mondo.

Vivere a lungo in uno stato di pandemia? L’importanza della ‘emergency preparedness’

Altre riflessioni su questo possibile ‘dopoguerra’. Secondo uno studio di alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra, pubblicato il 16 marzo 2020, il distanziamento sociale, durerà a lungo anche dopo la fine della pandemia. Di fatto, entrerà a far parte della vita e lavoro di tutti per molto tempo, forse per sempre. Avranno sempre maggior rilievo tutti quei servizi di una ‘shut-in economy’, un’economia nascosta che emergerà appunto quando molti servizi verranno gradualmente riconvertiti in veste digitale.

Lo studio sottolinea una realtà ormai nota a tutti i governi e sistemi sanitari del mondo: ogni paese ha bisogno di appiattire la curva dei contagi da Covid-19, imponendo un distanziamento sociale per rallentare la diffusione del virus ed evitare il collasso del sistema sanitario. Il dramma è che il problema persisterà, anche a lungo termine, almeno fino a quando non sarà individuata una cura efficace o meglio ancora un vaccino. Anche dopo la pandemia ci saranno nuovi contagi, forse altri focolai importanti. Lo studio dell’Imperial College propone dunque un metodo che preveda l’imposizione di forme di distanziamento sociale più estreme ogni volta che i ricoveri nei reparti di terapia intensiva inizino ad aumentare, e rilassarli ogni volta che i ricoveri diminuiscano. Significherebbe predisporre il sistema sanitario a quella che è nota come ‘emergency preparedness’, ovverosia la capacità di un sistema di rispondere efficacemente allo scoppio di un’emergenza, in questo caso sanitaria.

Reparti civili e militari – anche la stessa Croce Rossa – hanno in realtà unità dedicate a emergenze simili, ma nei singoli paesi – Italia compresa – manca un reale apparato in grado di fronteggiare efficacemente una situazione simile, e lo stiamo pagando a caro prezzo. E la burocrazia, spesso complica le cose. Per il futuro, usciti dalla crisi, le autorità (italiane e non solo), dovranno realmente affrontare non solo il tema dell’assurdità del taglio di fondi al sistema sanitario, ma anche della necessaria predisposizione, nello stesso sistema, di meccanismi per una rapida conversione a fronte di emergenze simili.

Quale futuro?

I conflitti mondiali hanno fornito all’umanità importanti insegnamenti, pagati a caro prezzo, ma che ci hanno messi tutti d’accordo sul fatto che orrori come quelli dei totalitarismi, dell’Olocausto o delle armi nucleari, non dovessero mai più verificarsi.

E quale sarà, dopo che questa crisi sarà passata, l’insegnamento che ne avremo tratto? Difficile dirlo ora che siamo ancora nel bel mezzo della crisi, che non sappiamo peraltro quanto durerà. Abbiamo però un’idea di quelle cose che sicuramente dovremo migliorare e affrontare. Inutile nascondere l’evidenza.

Quello che ci aspetta nei prossimi mesi è uno scenario inedito, difficile da sopportare e che probabilmente durerà a lungo. Prepariamoci dunque nel migliore dei modi a quel ‘dopoguerra’, ricordandoci che “c’è sempre il sole dopo una tempesta”. La ciclicità della storia ci mostra che questa è una legge universale.