Virus, la strage silenziosa in Emilia: ​”Perché nessuno parla di noi?”

Virus, la strage silenziosa in Emilia: ​”Perché nessuno parla di noi?”

13 Aprile 2020 0 Di direzione

Piacenza investita dal virus. La zona rossa mancata. L’indagine della procura. l sindaco: “Conte non mi ha mai risposto alle lettere”

Ci siamo concentrati su quell’immagine, drammatica, dei camion dell’esercito carichi di bare che lasciano una Bergamo sopraffatta dal coronavirus. Ci siamo fissati a tal punto su Alzano Lombardo, Nembro e i paesi della Val Seriana che forse ci siamo dimenticati qualcosa. O qualcuno. “L’impressione che ho avuto è che per molto tempo Piacenza non venisse neppure menzionata. Nemmeno l’opinione pubblica aveva la percezione di quello che stava succedendo da noi”.

“Sono provata, ma sto meglio”, sussurra con un filo di voce. È anche il sindaco di Piacenza, una delle prime città a trovarsi investita dall’emergenza contagi. Non urla, non fa polemica eccessiva. Ma porta su di sé il peso di una sfida enorme, di una “situazione che è peggio di un terremoto”. Codogno, il paese da cui tutto è nato, dista poco più di 16 chilometri, troppo poco per un virus arrivato da un remoto mercato di Wuhan. Per uno scherzo del destino, Sar-Cov-2 potrebbe essersi diffuso a Piacenza proprio per colpa del mercato. “Qui il sabato si riversa tutta la bassa lodigiana”, racconta Tommaso. Se, come probabile, l’infezione circolava già da qualche giorno, è difficile immaginare che la zona rossa disposta su Codogno possa averne fermato l’avanzata.

Il sindaco ci tiene a precisarlo: “Sono convinta sia importante che tutti guardino a Piacenza, perché siamo la trincea di una guerra batteriologica”. I numeri le danno ragione. Il Piacentino conta oltre 3mila contagi e più di 700 decessi certificati Covid-19. Sembrano numeri distanti da Bergamo, che piange 2.700 morti e oltre 10mila positivi. Ma se si osserva l’entità dell’epidemia in rapporto al numero di abitanti il quadro cambia colore. Qui abitano solo 287mila persone, nella Bergamasca oltre 1,1 milioni. In tutte le statistiche Piacenza supera i territori di Alzano e Nembro. La sua prevalenza (n° di casi ogni mille abitanti) è 10,7, la provincia di Bergamo si ferma a 9,3. Fuori dai freddi numeri significa che i piacentini hanno più probabilità di infettarsi, ammalarsi. Morire. I sindaci hanno sfogliato i registri dell’anagrafe per scoprire che se nel primo trimestre del 2019 erano spirate 1.126 persone, quest’anno i cimiteri hanno accolto 2.187 corpi. Il doppio. Solo a marzo se ne sono andati in 1.428, di cui almeno 502 senza una spiegazione. Nomi, non numeri. Tra le vittime ci sono Giovanni Malchiodi, sindaco di Ferriere; Nelio Pavesi, consigliere comunale leghista; don Paolo Camminati, solo 53 anni, uno dei sei parroci diocesani richiamati dal Padre. È un lungo corteo di funerali mai celebrati. Se non vi basta, sappiate che anche sui giornali locali piacentini ogni giorno si sfogliano sette pagine di necrologi fitti. Proprio come a Bergamo.

Il paradosso è che qui, nonostante la poca attenzione mediatica concentrata a crocifiggere la sanità lombarda, si è ripetuto l’identico copione di Alzano Lombardo. Il 22 febbraio, lo stesso giorno in cui i medici dell’ospedale Pesenti Fenaroli scoprono che gli sta per arrivare addosso uno tsunami, il nosocomio di Piacenza riscontra il primo caso positivo. È una signora di 82 anni di Codogno. Quando il suo test risulta positivo, l’onda si è ormai abbattuta sulla città. Due giorni dopo, una domenica, i casi saranno già nove tra cui due medici e una infermiera. Nelle stesse ore nella Bergamasca, cuore del caos ospedaliero chiuso e poi riaperto, gli infetti erano ancora soltanto quattro.

Se vi chiedete perché ad Alzano non hanno sbarrato il Pronto Soccorso, sappiate che nemmeno l’ospedale di Piacenza verrà mai chiuso. Come giusto che sia. Il racconto lo fa un’infermiera, che chiede di rimanere anonima: “Fino a lunedì 24 febbraio non era stato realizzato alcun triage sicché al Pronto soccorso affluivano indistintamente persone che denunciavano febbre e tosse sia altri con differenti tipi di disturbi”. Sembra di vedere un film già noto. La procura, proprio come nella Bergamasca, ha già avviato accertamenti per far luce sull’epidemia, in particolare sulla carenza di dispositivi di protezione individuale per i sanitari. È stata la prima procura a muoversi, ma non ha fatto scalpore. “Fatalmente in molti casi si sono verificati contagi sia tra il personale medico ed infermieristico, sia tra coloro che erano stati al pronto soccorso – continua l’infermiera – Molti di questi ultimi, dimessi magari poche ore dopo, se ne sono andati a casa e qui hanno finito per contagiare oltre a se stessi anche i familiari. E da lì che è iniziata la catena di Sant’Antonio. Per di più alcuni malati venivano inviati nella fase iniziale dal pronto soccorso al reparto di medicina interna e solo successivamente, a risultato del tampone noto, si scopriva che erano affetti da coronavirus”.

Anche Report ha messo il naso sulle vicende piacentine, ipotizzando che il “paziente zero” prima di Mattia venisse proprio da qui. Una ricostruzione smentita dall’Asl piacentina. Ma il punto non è capire su chi casca l’etichetta di untore originale. Quel che conta è ammettere che di fronte a un nemico sconosciuto e sbarcato all’improvviso nessuno era davvero pronto per reagire. Né nella azzurra Lombardia, né nella rossa Emilia. Basti pensare che la stessa domenica in cui divampa il fuoco, il commissario indicato dal governatore Bonaccini per guidare l’emergenza è ottimista: “Vorrei dire – afferma Sergio Venturi – che siamo di fronte ad un virus nuovo, ma non ci sono motivi per lanciare allarmi che possano ingenerare panico tra le persone”. Chissà se migliaia di morti dopo ripeterebbe le stesse frasi.

Vista la vicinanza a Codogno, molti cittadini si sono chiesti perché a Piacenza nessuno abbia pensato di creare una “zona rossa” come nel Lodigiano. “Lo avevo capito sin da subito che non aveva senso tenere loro chiusi e noi aperti”, dice Rino Russotto, presidente uscente della sezione locale dell’Associazione dei carabinieri. “I confini regionali non fermano mica un virus minuscolo. E tra noi e Codogno ci sono pochi minuti di strada”. Serviva una zona rossa? “Senza ombra di dubbio”. Il sindaco Barbieri ripete più volte di aver fatto tutto quello che era in suo potere per contenere il contagio. Almeno finché il governo non le ha tolto la possibilità di emettere ordinanze: “Ho subito chiuso le scuole, i bar e i centri diurni per anziani e disabili. Ma in quel periodo non tutti lo accettavano. Si diceva: ma non sarà eccessiva? Si pensava che non fosse qui la fonte del contagio. Molti banalizzavano, spinti da chi andava dicendo che si trattava di poco più di una semplice influenza”. Il 23 febbraio la Regione firma l’ordinanza per chiudere eventi e musei insieme a Piemonte, Friuli e Veneto. Il problema è che le disposizioni riguardano tutta l’Emilia, e non la sola Piacenza dove l’epidemia galoppa. Solo un mese dopo, quando ormai la provincia è in cima a tutte le classifiche, il governatore differenzia Piacenza dal resto della regione con misure restrittive ad hoc. Bonaccini avrebbe potuto istituire la zona rossa? Forse sì, almeno se diamo per scontato che Fontana avrebbe potuto fare lo stesso in Val Seriana. In realtà Conte in quei giorni rivendicava per sé quei poteri. Prova ne è il fatto che quando le Marche provano a chiudere le scuole in autonomia, il governo decide subito di impugnare l’ordinanza.

In fondo governativa è anche la scelta di chiudere Codogno. Quando il premier Conte il 1 marzo crea le zone rosse a due passi dalla città, sceglie non includere Piacenza. Perché? I numeri sono preoccupanti, eppure il governo non fa nulla per i focolai che divampano nel piacentino proprio come accade ad Alzano e Nembro. Ci arriverà solo nella notte tra il 7 e l’8 marzo, ma ormai i contagi sono 528 (su 1.180 in regione) e già si contano 24 decessi. “Il governo avrebbe dovuto avere per noi un’attenzione diversa”, ammette il sindaco Barbieri. Ma così non è stato. E pensare che l’esecutivo era stato informato: il 26 febbraio, in Parlamento, Tommaso Foti (Fdi) aveva avvertito che “i divieti a macchia di leopardo non servono a niente e a nessuno”. “Avevo fatto presente che Piacenza e quelle che poi sono diventate le zone rosse erano così compenetrate da rendere necessario di estendere il lockdown anche alla città emiliana”, spiega il deputato. “Perché nessuno ne parla? Se lo avessero fatto da subito, i contagi oggi sarebbero molti di meno. Ma il governo non ha voluto ascoltarci: i ministri Guerini e De Micheli dicevano che non ce n’era bisogno”.

Di richieste d’aiuto rimaste senza risposta ne sa qualcosa anche il sindaco Barbieri. Per ben due volte ha preso carta e penna per chiedere a Conte, Di Maio, Lamorgese, Patuanelli, De Micheli e Bonaccini quel minimo di attenzione in più non solo sanitaria, ma anche economica. “Abbiamo un problema di tenuta di industrie, imprese, Pmi, artigiani e professionisti”, dice il primo cittadino che è diviso tra la speranza che il governo non allenti ora le misure restrittive (“anche oggi ho contato 13 vittime”) e la consapevolezza di dover affrontare “la sfida della ripartenza”. Da Piacenza partono tre missive dirette a Palazzo Chigi, le prime due il 26 e il 29 febbraio. “La nostra realtà vede un crescendo di contagi nonché di persone in isolamento”, scrive Barbieri al premier chiedendo “misure di sostegno come quelle adottate per la zona rossa” altrimenti il “sistema piacentino avrà pesantissime ricadute che si ripercuoteranno sull’intero Paese”. L’invito a valutare “correttamente ed adeguatamente” la posizione di Piacenza cade però nel vuoto. Il 3 marzo il sindaco ci riprova, insistendo “per un intervento urgente” a favore del tessuto economico provinciale. I toni stavolta sono più duri: “Ciò che trovo inaccettabile è che in altre regioni d’Italia, ma soprattutto all’estero, non venga più consentito ai nostri operatori di consegnare merci, inviare tecnici e portare a termine le consuete operazioni commerciali”. Servirebbero “misure straordinarie”, una zona rossa allargata. Lo chiede la città, l’economia, la situazione epidemiologica di un “territorio già duramente penalizzato sul piano sanitario”. Ma Giuseppe Conte non terrà mai in considerazione le lettere del sindaco in prima linea. “No, non ho mai avuto risposta”, confessa Barbieri. “Solo una videochiamata col presidente con l’impegno a tenere in considerazione le richieste”. Aspetta e spera. E intanto la morte dilaga.