Incubo Covid-19

Incubo Covid-19

12 Aprile 2020 0 Di direzione

L’EPIDEMIA CHE HA PIEGATO L’ITALIA

Se a chiunque, in Italia, si dovesse chiedere dove ha avuto inizio l’incubo, nessuno avrebbe difficoltà nell’indicare un Paese, Codogno, e una data, il 21 febbraio. In realtà, quando abbiamo intravisto le prime fiamme e ci siamo messi a urlare “Al fuoco!”, non sapevamo che ci trovavamo già in mezzo a un incendio tanto vasto quanto tenace da essere estremamente difficile da domare.

L’esplosione dell’epidemia

È da poco passata la mezzanotte del 20 febbraio quando l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, dà notizia del primo contagio: un 38enne ricoverato all’ospedale di Codogno (Lodi) è, infatti, risultato positivo a Covid-19. Nel corso della giornata il numero dei contagiati in Lombardia sale drammaticamente a 15. Nelle stesse ore, poi, ci ritroviamo a dover gestire anche un altro focolaio: è a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova. Si conta anche il primo morto, un 78enne che è ricoverato proprio nell’ospedale patavino.

Codogno, dove tutto è iniziato

Tutto inizia il 14 febbraio, quando Mattia, un giovane atleta in ottima salute, contrae la “solita influenza” che però non passa. “Il 18 è venuto in pronto soccorso a Codogno e le lastre hanno evidenziato una leggera polmonite – spiega l’anestesista Annalisa Malara a Codogno – il profilo non autorizzava un ricovero coatto e lui ha preferito tornare a casa. Questione di poche ore: il 19 notte è rientrato e quella polmonite era già gravissima”. Il viavai di Mattia dal nosocomio è probabilmente la causa della rapida propagazione del virus tra i medici e i pazienti dell’ospedale.

Seguendo il protocollo previsto dal governo, la catena di contagi non può essere affatto evitata. La circolare ministeriale in vigore allora (quella del 27 gennaio) considera “casi sospetti” solo quelle persone con una “infezione respiratoria acuta grave” che siano anche statae in “aree a rischio della Cina”, che abbiano lavorato “in un ambiente dove si stanno curando pazienti” colpiti da Covid-19 o che abbiano avuto contatti stretti con un “caso probabile o confermato da nCoV”.

Solo grazie all’intuito della Malara si arriva a capire cosa sta succedendo. Per farlo, però, deve “chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria” e assumersi la responsabilità di realizzare il tampone, perché “i protocolli italiani non lo giustificavano”.

Nel frattempo si corre a mappare i movimenti di Mattia per risalire ai suoi ultimi contatti. Si cerca il “paziente zero“, quello che lo ha contagiato. Si punta il dito prima su un manager che è da poco rientrato dalla Cina e si arriva addirittura a ipotizzare una correlazione con la soppressione di alcune tratte in seguito al deragliamento del treno a Lodi e le conseguenti calche di pendolari sui treni regionali.

Con il passare delle ore, però, questo lavoro appare sempre più fumoso e a stento si riesce a mettere insieme il puzzle. Quello che ancora non si sa è che il contagio è ormai esploso da settimane e che quindi il virus è iniettato nel tessuto del Nord Italia.

La morte arriva in valle

Il caso di Mattia a Codogno ricalca, per tempistiche, il contagio nel nosocomio bergamasco di Alzano Lombardo. In una “relazione temporale sulla prima fase dell’emergenza” datata 8 aprile, la Asst di Bergamo Est spiega che “nel periodo compreso tra il 13 febbraio e il 22 febbraio sono giunti presso il pronto soccorso dell’ospedale alcuni pazienti che venivano ricoverati presso il reparto di medicina generale con diagnosi di accettazione polmonite/insufficienza respiratoria acuta”. Anche qui “nessuno dei pazienti (…) presentava le condizioni previste dal ministero della Salute per la definizione di caso sospetto”. Solo il 22 febbraio, “in seguito all’evidenza del focolaio nel lodigiano, veniva acquisita la consapevolezza (…) che tale criterio epidemiologico non era più da ritenersi totalmente attendibile, sebbene ancora non modificato”

Qualche ora prima, intorno alle due di notte, muore Angiolina, una anziana che è ricoverata dal 12 febbraio. Il marito Gianfranco è morto il 13 febbraio e la sorella il 15. Appena arriva la notizia di Codogno si fiondano a fare i primi tamponi e, quando il 23 arrivano i risultati positivi (sono di Franco Orlandi e Samuele Acerbis, entrambi di Nembro ed entrambi ricoverati da una settimana nello stesso reparto di Angelina e ormai morti di coronavirus), il pronto soccorso viene evacuato e dopo due ore riaperto.

Una scelta che farà molto discutere ma che, come vedremo a breve, sarà dettata dall’esigenza di far fronte a un’emergenza che è ormai esplosa e che, quindi, non si può più far nulla per prevenire se non chiudere immediatamente tutto il Paese. Ma la “chiusura totale” è ancora lontana da venire.

D’altra parte la ricerca delle cause del proliferare dell’epidemia si perdono in una lunga serie di ipotesi che possono essere prese per vere tutte insieme e che tutte insieme hanno contribuito a far “esplodere la bomba atomica”, per usare una immagine usata da Gallera.

Nel fine settimana in cui tutto ha avuto inizio, secondo un’inchiesta dell’Espresso, un ipermercato alle porte di Bergamo viene letteralmente “saccheggiato”: gli scaffali vengono completamente svuotati e si tocca gli 800mila euro di incasso. Un’altra inchiesta, vede nella partita di Champions League Atalanta-Valencia giocata il 19 febbraio a San Siro la minaccia che ha fatto esplodere la bergamasca.

Solamente una settimana prima, proprio nella regione valenciana, la Spagna ha accertato il primo decesso per Covid-19. Al Meazza si accalcano 45mila tifosi nerazzurri: molti arrivano in macchina, ma si contano anche una trentina di pullman.

Tuttavia per Massimo Galli, responsabile del reparto malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, l’epidemia sarebbe “partita prima, nelle campagne, durante le fiere agricole e nei bar di Paese”.

Il caso Piacenza

Il 22 febbraio, lo stesso giorno in cui i medici di Alzano Lombardo scoprono che gli sta per arrivare addosso uno tsunami, l’ospedale di Piacenza riscontra il primo caso positivo.

Si tratta di una signora di 82 anni che vive proprio a Codogno. Quando il suo test risulta positivo è ormai troppo tardi per fare qualcosa: l’indomani anche due medici e una infermiera risultano essere stati contagiati. E mentre Codogno, che si trova a soli 16 chilometri di distanza, è già blindato, il governo preferisce aspettare a estendere le restrizioni all’Emilia Romagna. Ci arriverà solo l’8 marzo, quando ormai, in quella che risultava essere la provincia più colpita della Regione con 528 contagiati (sui 1180 casi della regione), si contano già 24 decessi.

Ora la chiusura è totale. Ma quella firma arriva troppo tardi. Il 22 marzo piangiamo 5476 morti e temiamo per la salute di quasi 60mila contagiati. Un numero monstre. Che non ha nulla a che vedere con quello che deve ancora venire.