“Non diventiamo schiavi senza più privacy digitale”

“Non diventiamo schiavi senza più privacy digitale”

5 Aprile 2020 0 Di direzione

L’esperto di diritto web ci spiega i rischi indotti dal nostro essere obbligati a vivere in rete

In questa fase della nostra vita, rinchiusi nelle nostre case a causa del lockdown che ormai non riguarda soltanto l’Italia, la rete e la digitalizzazione si sono rivelati un vero salva-vita e salva-lavoro. Grazie al digitale abbiamo mantenuto dei contatti sociali, i più fortunati hanno potuto proseguire almeno in parte la propria attività professionale, i ragazzi hanno potuto continuare a frequentare la scuola o a vedere il nonno, prudentemente isolato…

Però esiste anche il rovescio della medaglia di questa tecnologia. Si parla di tracciamento digitale degli spostamenti in nome della salute. Consentirebbe, ad esempio, sia di capire se qualcuno sta infrangendo la quarantena, da malato, sia di accedere ai dati degli spostamenti per capire il percorso di contatti sociali di un infetto, così da intervenire rapidamente per fermare l’allargamento del contagio.

In questa digitalizzazione forzata si nascondono anche rischi consistenti. Molti dei quali passano da possibili violazioni della nostra privacy, che nelle democrazie è un valore fondamentale e una delle principali libertà del cittadino. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Luca Bolognini, autore per Rubbettino del saggio Follia artificiale. Riflessioni per la resistenza dell’intelligenza umana. Bolognini, che è presidente dell’Istituto italiano per la privacy e la valorizzazione dei dati, non demonizza affatto il digitale, però è attento a valutare, da giurista, lati ed effetti della questione che all’utente medio potrebbero sfuggire. Ma non sfuggono a Stati, forze politiche e grandi aziende che i dati li profilano.

Avvocato Bolognini, che cosa ci sta insegnando la segregazione che ci ha imposto il Covid-19?

«Prima la nostra vita era liberamente intrisa di digitale. Questa situazione ci ha costretto a diventare smart e digitali per sopravvivere. E meno male che il digitale c’è, se no le nostre vite sarebbero state ulteriormente stravolte. Però ci ha anche dimostrato quanto fossimo impreparati a gestire il fenomeno. La nostra privacy digitale, sino a oggi, poteva ancora essere considerata una questione ancillare, ora non lo è più. Chiaramente tra il salvarci la vita o la privacy, molti dicono che si deve privilegiare la vita… Ma è come l’eruzione violenta di due vulcani: da un lato c’è la salute, dall’altro la tutela dei nostri dati e della nostra libertà. Non si può pensare soltanto alla prima. In questo momento dobbiamo riflettere sul futuro e su come saranno usati i nostri dati personali. Dobbiamo evitare un effetto domino. Sbaglierebbe chi lo sottovalutasse».

Si parla di utilizzare gli smartphone per controllare gli spostamenti e tracciare i contagi…

«Per difenderci dal virus invisibile dobbiamo affidarci ad altri elementi invisibili: i dati. Eppure questa pratica può rivelarsi pericolosa, molto pericolosa. Il contesto varia molto da nazione a nazione. Le linee guida di provvedimenti del genere devono essere sempre ispirate alla temporaneità, ben definita, e motivate dall’effettiva necessità e utilità. Se venissero meno questi elementi, sarebbe per gli abusi del potere pubblico. È una questione molto delicata. Anche qui da noi si sta ragionando sul contact tracking per contenere il contagio. Ma deve esserci un decreto legge con termine e garanzie, con il controllo di autorità terze».

Comunque comporterebbe un cambio epocale…

«Quello che eravamo abituati a vedere su macrodimensioni entra nella nostra. Ad esempio le scatole nere degli aerei funzionano così. Ora possiamo trovarci tutti nella condizione di avere una scatola nera. L’obbligo di digitale inserisce scatole nere nella nostra vita e nelle nostre case. Potrebbe essere tracciato ogni dialogo. E questo ha effetti consci e inconsci…».

Al di là delle macro-questioni che andranno risolte a livello normativo… Ormai ognuno di noi vede la propria cucina trasformarsi in aula scolastica, il salotto in ufficio. Che cosa dobbiamo fare come singoli per gestire la situazione?

«Ci sono anche problemi di sostenibilità del traffico che si è generato. Soprattutto c’è un impatto forse sulla nostra identità. Noi mutiamo la nostra identità introducendo cose che nell’identità digitale prima non c’erano. Non possiamo più scegliere la foto del profilo. Stiamo costruendo delle immagini digitali di noi più complete, ma anche più invasive. Dobbiamo, quindi, anche ricordarci di cosa c’è alle nostre spalle quando parliamo. Può essere destabilizzante per la nostra intimità. Altro che avatar, qui la gente sa quale cuscino ho in camera…».

Questa situazione, se si protraesse, potrebbe cambiare molte delle nostre abitudini, anche politiche. Ad esempio il fatto che i francesi siano andati a votare in piena epidemia ha fatto discutere. Si parlava già prima di voto digitale, adesso?

«La questione è aperta ma molto problematica. La digitalizzazione sarà un punto di arrivo per l’elettorato attivo e passivo. Ma non si è ancora trovato un sistema di voto elettronico che sia inattaccabile. Nel mio libro immagino un hacking dei profili dei parlamentari abilitati a votare da remoto in parlamento. Chi sarebbe poi in grado di ricostruire la filiera dei voti veri e falsi? Sono problemi enormi, anche perché questi meccanismi arriveranno. Stiamo affrontando un virus e il nostro sistema immunitario non sa come reagire… Anche il digitale ci costringe a continue novità. Molte saranno assolutamente positive, ma prima di saperle gestire servirà del tempo e, quindi, serviranno i piedi di piombo».

In questa situazione è anche aumentato lo sbilanciamento dell’informazione dei singoli on-line. Ma, anche grazie al fatto che siamo tutti profilabili, come facciamo a sapere se l’informazione che riceviamo sia o no esattamente tarata su di noi per farci avere determinate reazioni?

«Siamo in un’epoca in cui si può tranquillamente parlare di circonvenzione digitale. Le così dette pubblicità subliminali della televisione anni Ottanta e Novanta, ormai fanno ridere rispetto al fatto che, seguendo la scia di tracce digitali che lasciamo, è facile conoscerci meglio di come ci conosciamo noi stessi. Quindi sì, la comunicazione può essere tarata proprio su come è costruita la mia bolla. È facilissimo per terze parti presentarci un menù che siamo più propensi a deglutire senza porci troppi problemi. Molti soggetti potrebbero approfittarne. Possono sfruttare metadati e incrociarli per avere accesso al nostro subconscio digitale. Non bisogna demonizzare, sia chiaro, ma questo è un grande tema. E ha riflessi politici».

Lo sforzo normativo per regolare tutto questo è ancora da fare?

«Ci sono regolamentazioni europee, ma mancano ancora molti tasselli. Ad esempio, non è ancora chiaramente formulata una legislazione che prenda in considerazione che cosa potrà fare a breve l’intelligenza artificiale e quella che viene chiamata l’internet delle cose. Nel libro bianco sull’intelligenza artificiale, la Ue ipotizza di usare un sistema di test prima della messa in commercio, come sui farmaci. Se non si fa così il rischio è quello di avere la follia artificiale al posto dell’intelligenza artificiale».