Covid, quella videochiamata come una carezza nel giorno dell’addio

Covid, quella videochiamata come una carezza nel giorno dell’addio

5 Aprile 2020 0 Di direzione

Il racconto di medici ed infermieri che da alcune settimane si trovano a vivere drammi quotidiani: una videochiamata può dar conforto ai pazienti Covid che non possono incontrare i loro familiari. Ecco che smartphone e tablet diventano fondamentali

Terapie intensive e tablet, o smartphone: ormai è questo il binomio per i pazienti ricoverati con il Covid che hanno quest’unica possibilità per rimanere aggrappati agli affetti familiari.

Uno schermo ed una videochiamata sono il massimo del conforto da chi non può mai andarli a trovare.

Fino ad oggi, non c’era mai stata una malattia che impedisse di visitiare un proprio caro ricoverato in ospedale, o in una casa di riposo. Il Covid, purtroppo, causa anche questo ed i familiari sono confinati ad uno schermo del telefonino

L’importanza di uno smartphone

“I malati sono sempre soli: dal ricovero fino alla fine”, spiega l’infermiera di un grande ospedale torinese con voce spenta. I pazienti infettati dal Coronavirus che entrano in ospedale percorrono due strade: quella della guarigione o l’altra. È per questo che il telefonino diventa fondamentale. “Alcuni ce lo chiedono perché l’insufficienza respiratoria peggiora e capiscono che sta arrivando la fine – racconta l’infermiera –cerchiamo di assecondarli quando non hanno ancora indossato il casco per la ventilazione: con quello non possono parlare, soltanto bere tramite una cannuccia. Oppure lo sfiliamo un attimo, il tempo della telefonata. Per loro è un conforto enorme”.

“Nessuna discriminazione”

C’è chi guarisce ma anche chi non ce la fa. I malati vengono spostati nei vari reparti in base alla gravità della situazione: dalle terapie intensive, alle sub-intensive ai reparti normali e viceversa. “I pazienti sono distribuiti sulla base di una valutazione quotidiana delle condizioni cliniche che considera la possibilità di ripristinare un equilibrio – spiega il professor Luca Brazzi, direttore della rianimazione universitaria di Torino, il quale specifica che non si procede per fasce d’età ma per gravità della situazione. “La terapia intensiva non è sempre indicata per tutti, l’età non è un discrimine: le condizioni possono suggerire il ricovero in rianimazione di un anziano e consentire il ricovero di un soggetto più giovane in un reparto a minore invasività di trattamento”.

La solitudine nei reparti Covid

La battaglia che i ricoverati per Covid combattono quotidianamente è anche quella contro la solitudine: spesso, nella premura del ricovero, non si ha il tempo di portar con sè smartphone e caricabatterie, che vengono spediti dai familiari perché, dal momento dell’ingresso in ospedale, nessuno al di fuori dei medici può aver rapporti con i pazienti. Purtroppo, nei casi di morte, i familiari non possono nemmeno vedere la salma per una preghiera e l’ultimo saluto. “Per noi è una grande angoscia, come essere in guerra – spiega il dottor Umberto Fiandra, dirigente medico della Città della Salute di Torino – ogni giorno un’équipe di medici e psicologi chiama i parenti per aggiornarli sulle condizioni dei pazienti”.

Quella chiamata o videochiamata quotidiana per sapere come stanno, quali sono le loro condizioni, se migliorano o se sono stazionari, e quanto tempo ancora ci vuole prima di tornare a casa. Probabilmente sono questi gli interrogativi più frequenti che si sentono porre i medici dalle famiglie di chi lotta contro la malattia. A volte, però, quando si avvicina il momento più triste, “ci attrezziamo per avere smartphone e tablet da tenere in reparto”, aggiunge il Prof. Brazzi.

Il dramma dei medici

Ma i medici non sono “macchine”: oltre all’enorme impegno quotidiano per combattere al fronte, spesso sono costretti a vivere in prima persona il dramma che si palesa davanti ai loro occhi. “Immagini anche come noi viviamo certe situazioni – spiega un inferimiere – magari qualche giorno dopo avere prestato il nostro telefono ad un malato scopriamo che non ce l’hanno fatta. È un carico emotivo davvero insostenibile. Come lo affrontiamo? Piangendo: tra di noi o a casa, quando siamo soli”.