Coronavirus, la lettera dell’infermiera: «Ho fatto parlare una mamma con i suoi 4 figli, poi lei è morta»

Coronavirus, la lettera dell’infermiera: «Ho fatto parlare una mamma con i suoi 4 figli, poi lei è morta»

5 Aprile 2020 0 Di direzione

La toccante testimonianza di una operatrice sanitaria di un reparto Covid del Torinese: «Ho organizzato la telefonata tra la donna di 55 anni e i suoi ragazzi. Dopo averli sentiti lei mi ha detto: posso morire in pace»

Una lettera che compare nel gruppo Facebook «Sei di Volvera se…». La posta il sindaco del borgo nel Torinese Ivan Marusich. L’autore non è lui, l’ha scritta una sua concittadina che gliel’ha indirizzata via mail, un’operatrice socio-sanitaria che lavora nei reparti di un istituto oncologico della provincia. Sposata, madre due figli di 20 e 25 anni. Sabato è stata protagonista e testimone di un momento terribile, devastante. Era accanto a una donna di 55 anni ricoverata per Coronavirus. Vedova, precedenti patologie per tumore, madre di quattro figli, era chiaro che ad animarla era solo una piccola fiammella di vita sempre più debole e fioca, sorretta dalla sola speranza di poter vedere un’ultima volta, in qualche modo, tutta la famiglia. Questo che pubblichiamo di seguito è il racconto di quella videochiamata organizzata in pochi istanti dall’infermiera e dai quattro ragazzi riusciti a radunarsi per quel saluto.

«Che bello essere chiamati angeli… ma chissà se poi lo siamo davvero. È un sabato mattina di una settimana di allerta covid. Finalmente un giorno di riposo dopo tanto lavoro. Finalmente puoi dedicarti alla famiglia. Per te la quarantena non esiste, non esiste il divieto ad uscire… non è mai esistito. Tu DEVI lavorare, sei preziosa… dicono. E invece no, niente riposo. Arriva la chiamata. Si deve andare. C’è bisogno di coprire turni. Il lamento è d’obbligo, non vorresti… ma si fa. Mentre ti prepari, rifletti che marzo non è stato affatto clemente: turni di 12 ore, ferie annullate, riposi… cosa sono i riposi? Arrivi in ospedale, qualche figura nei corridoi, ma ancora troppa gente in giro. Arrivi al reparto critico, quello dove sono ricoverati i pazienti positivi. Tutto blindato, suoni. Ti apre la collega che è lì da ieri sera. Stremata, viso segnato dalla mascherina e gli occhiali, prendi consegna e la congedi. Deve riposare. Suona un campanello. Ti sporgi alla camera interessata, chiedi il motivo della chiamata, rassicuri che presto entrerai, e vai a vestirti. La vestizione è lunga, ci si deve bardare molto bene, non si possono commettere errori di trascuratezza.

Entri dalla paziente, la conosci… la saluti. Ha un casco sulla testa, si chiama c-pap. Serve per respirare meglio. Non ha molte speranze e il monitor al quale è collegata ne dà conferma. Ma la paziente è cosciente, lucida e orientata nel tempo e nello spazio… ma soprattutto sa che sta per morire. Lo sa, lo percepisce, lo sente. Parli un po’ con lei. Non mangia da giorni. Questa mattina chiede la colazione. Ha un diabete non controllato e vuole due fette biscottate con la marmellata. Sarà certo il diabete il suo peggior nemico ora? E riferisci alla collega di passarteli. Quello sguardo implorante ti uccide. Distogli ogni tanto gli occhi da lei per non morire dentro. Mentre le sistemi i cavi dei parametri vitali, lei ti prende la mano… «amore, sei mamma?». Sì, di due ragazzi. “Allora puoi capire cosa sto provando?”. Posso provare, ma se vuoi, puoi descrivermelo, ti ascolto. “Ho quattro figli… sono sempre stati tanto mammoni. Un rapporto bellissimo, anche perché gli ho fatto da madre e da padre, visto che sono rimasta vedova da giovane. Non ho paura di morire, vorrei solo non soffrire. Ma l’altro giorno uno dei miei figli è venuto a trovarmi e non lo hanno più fatto entrare. È stato obbligato, non una scelta. Non ho potuto vedere più i nipoti, le nuore, nessuno. Io qui, loro a casa. Non ho potuto dir loro quanto bene gli voglio…”. Ma chiamali al telefono e diglielo! “Sì, ma non è la stessa cosa”. E vabbè, però ti sentono, ti parlano…è già qualcosa, meglio di niente… “Li chiamo ogni giorno, li sento che stanno soffrendo perché non possono stare con me fino alla fine”.

Entra il medico… la visita, squilla il telefono, è uno dei figli. La paziente gli dice: “c’è il medico, te lo passo”. Il medico descrive al figlio la situazione. È davvero critica. Alla signora viene detto che dovrà essere intubata presto, e il resto sembra scontato. Il figlio chiede di poterla vedere per un ultimo, breve saluto. Ma non è possibile, il covid non decide su chi posarsi, si insinua su chiunque. Il medico esce dalla stanza, la signora piange disperata. Piange mentre è ancora al telefono con il figlio. La signora ha un cellulare vecchio, non è anziana, ma nemmeno pratica con la tecnologia. Mentre parla c’è quello sguardo posato su di te, come se volesse chiederti qualcosa, uno sguardo che ti ha trafitto: non sei soltanto un operatore, sei mamma, sei figlia… A un tratto, un’idea: le chiedi di passarle il telefono. Poi dici a quella voce all’altro capo del telefono: radunatevi tutti e quattro ma proteggetevi con le mascherine. Fatelo prima che potete e poi chiamate in videochiamata questo numero. E gli dai il tuo: vi farò vedere mamma. È poca cosa, ma almeno non sarà una cosa interrotta di netto, e la potrete vedere. Gli dici che sarai lì per altre dieci ore e di richiamare più volte se non rispondo subito.

Non passa neanche un’ora e la collega dice che dalla borsa sta squillando il tuo telefono. Tu sei sempre vestita e sempre in quella stanza, non sei mai uscita. Le chiedi di prendere il cellulare, metterlo in un sacchettino, disinfettarlo e passartelo. Apri la videochiamata. Tutti e quattro i figli lì… la paziente non se lo aspettava ed è felice. E tu con lei. Si parlano un bel po’, si raccontano, si dicono ti amo. Lei desatura (l’abbassamento della saturazione di ossigeno dell’emoglobina, ndr) spesso perché si sta affaticando… ma proprio non te la senti di chiedere di chiudere. Meglio che la decisione sia la loro. La chiamata dura circa mezzora ed è come se un cerchio si fosse chiuso, quello che doveva essere è stato. Lei aveva resistito solo per loro, per vederli, per salutarli. Hai il cuore in mille pezzi. Pensi a te e ai tuoi figli e comprendi tutto… ogni sua preoccupazione. Ti prende la mano, ti dice “grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto”. E fai fatica a non piangere. La paziente si spegne. Decidi di uscire e lasciare ai colleghi il resto. E vedi che, come le procedure prevedono, la cospargono di disinfettante, la avvolgono in un lenzuolo e la portano in camera mortuaria. Sola… sola… I suoi effetti personali messi in triplice sacco nero andranno inceneriti…

È domenica mattina. L’agenzia di pompe funebri è venuta a prendere la salma. Uno solo dei figli presente, a debita distanza. Dà indicazioni all’incaricato e vanno via. La sua macchina svolta a destra, la salma va a sinistra… sola. Non ce la fai, quello è troppo! E se fino ad ora non avevi pianto, ora non ce la fai. A casa apri Facebook. Lamentele ovunque. Vi hanno negato la libertà, il bimbo non può andare più al parco, il cane passeggia troppo in là da casa, non si trova più lievito. Lamentele che ora mi paiono senza significato. Anche perché su una cosa ancora siamo fortunati: a noi ci saranno state anche negate delle cose, dovremmo anche fare sacrifici, ma almeno noi abbiamo ancora la dignità, un diritto che il covid19 ti toglie, senza poterti lamentare. Concludo qui il mio diario dalla prima linea, quella umana, del cuore. C’è un altro turno di lavoro».

Erano circa le venti e la donna aveva appena smontato dall’ennesimo turno di dodici ore. Era stanca, provata. Ha detto di avere scritto quelle parole perché «sembra che la quarantena sia un castigo anziché una protezione per ognuno di noi». Poi ha raccontato anche questo: chiusa la videochiamata, la mamma dei quattro ragazzi, tutti tra i venti e i trent’anni, le ha sussurrato: «Grazie, ora posso andarmene serena». E un paio d’ore dopo si è spenta.)