Allerta per il rimbalzo del virus: “Ecco che cosa può succedere”

Allerta per il rimbalzo del virus: “Ecco che cosa può succedere”

5 Aprile 2020 0 Di direzione

Il consulente del governatore Zaia, Giorgio Palù, avverte: “Se si allentano le misure si può avere un rimbalzo. Rispettare distanziamento e isolamento sociale”

Sono Lombardia e Veneto le due regioni più colpite dal coronavirus. Il Covid è arrivato quasi nello stesso momento con i focolai di Codogno e Vo’ Euganeo, ma l’andamento è stato ed è ancora molto diverso nelle due realtà.

“La Lombardia ha toccato un tasso di letalità del 14% mentre il Veneto è sotto il 5%. Questi sono numeri, ma sono anche due realtà diverse da studiare sotto il profilo demografico, come assetto sociale urbanistico e dimensione iniziale del contagio”, ha spiegato Giorgio Palù, virologo e consulente del governatore Luca Zaia. “Il Veneto ha ancora una cultura e una tradizione della Sanità pubblica, con presidi diffusi sul territorio. La Lombardia, molto meno”, ha spiegato aggiundo che nella regione del presidente Fontana “hanno ricoverato tutti, esaurendo ben presto i posti letto. Il 60% dei casi confermati. In Veneto, i medici di base e i Servizi d’igiene delle Asl hanno fatto filtro: solo il 20%. Tenendo a casa i positivi asintomatici si è evitato l’affollamento degli ospedali e la diffusione del contagio“.

Secondo gli ultimi dati, ora il ritmo dei contagi sta iniziando rallentando ma una fine sembra essere ancora lontana. “L’epidemia per spegnersi prevede che la popolazione debba rispettare rigorosamente alcuni punti essenziali – ha sottolineato Palù -: distanziamento e isolamento sociale. Se si allentano le misure si può avere un rimbalzo“. Poi ha aggiunto: “Abbiamo previsto l’avvio di uno studio sulla prevalenza del virus mediante test sierologici attendibili. Una mappa che possa individuare anche dove esiste una immunità specifica. Vogliamo indicazioni sull’andamento del fenomeno e impedire contagi di ritorno, che potrebbero venire da casi sporadici provenienti da altri territori”.

Mentre i tamponi “misurano una incidenza momentanea, la presenza del virus in quel soggetto in quel distretto corporeo, il test sierologico, a parte una finestra iniziale di tre-quattro giorni, misura gli anticorpi in un campione di sangue prelevato. Anticorpi che vengono prodotti quando l’organismo ha incontrato l’aggressore”, ha spiegato il virologo aggiungendo che questo tipo di test può fornire informazioni rilevanti. “Incrociando i risultati con altri dati – aveva spiegato al Corriere -, può permetterci di capire se esiste una immunità specifica al virus, cosa che al momento nessuno sa, quanto può durare, e può darci indicazioni su come proteggerci dal contagio di ritorno che in futuro diventerà non un problema, ma ‘il’ problema”.