L’amaro ricordo del secolo scorso

L’amaro ricordo del secolo scorso

29 Marzo 2020 0 Di direzione

È come la guerra. Ecco, non è più una metafora. È una reincarnazione. È il passato che si ripresenta, quello degli anni bui, della fame, della paura, delle scarpe rotte, delle file per comprare il pane

No, certo, non è esattamente la stessa cosa. È uno «spillover» del tempo. È un salto da lì a qui, inatteso, spiazzante, da una generazione all’altra. Tutti pensavamo di esserne immuni. Chi se la ricorda davvero quella guerra? I pochi rimasti in piedi che l’hanno vissuta. Sono sempre di meno. Noi invece eccoci qua. A fare i conti con qualcosa che abbiamo letto, ascoltato, studiato, visto sempre di seconda mano, ma senza cicatrici sulla pelle, senza anticorpi.

Il vaccino è cambiare le parole. Solo che non funziona. Conte quella cosa lì non la dice. Parla di buoni spesa. Non sanno di quei giorni lì. Bene o male li conosci. Sono come quelli che tanti usano fuori dall’ufficio in pausa pranzo. Non sono mica una cosa brutta. Sono benefit. Buoni pasto. Vai al bar, in mensa o al ristorante e quando è ora di pagare tiri fuori il blocchetto colorato e invece di dare i soldi strappi un talloncino e lo metti sulla cassa. Ti sembra di risparmiare.

Questi non sono però la stessa cosa. I buoni spesa li daranno, e meno male, a chi non sa più come fare a campare. Non lavora perché fuori è tutto fermo. È chiuso. È sospeso e non si sa fino a quando. Non lavori e non guadagni. Non lavori e i pochi risparmi sono andati via. Non lavori e non sai neppure bene come rinviare le rate del mutuo. Non lavori ma la cassa integrazione per tutti magari c’è, ma ancora non si vede. Non lavori e non sai cosa mettere nel carrello del supermercato. Non sai come pagare. Allora il nome non detto dei buoni spesa è appunto «tessera annonaria». Eccola, ecco la reincarnazione degli anni di guerra.

Pensi. Non è proprio uguale uguale. Quella tessera serviva a razionare le merci. È il 6 maggio 1940 e l’Italia non è ancora in guerra. Il mondo sì. Il 10 giugno Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia annuncia che un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. È l’ora delle decisioni irrevocabili. Sotto, in piazza, applaudono tutti. La tessera sarà la compagna quotidiana delle famiglie. Chi non ce l’ha sta peggio. Sta al fronte. Si comincia con il divieto di vendita del caffè e la produzione del pane è limitata a un solo tipo, prodotto con farina abburattata all’80 per cento. Pane nero, pane di guerra. Niente carne, tranne il lunedì e il giovedì per i pochi che possono. Razionati i grassi: 5 decilitri di olio, 300 grammi di burro o lardo o strutto per persona al mese. Passano gli anni e di decreto in decreto, di legge in legge, andrà sempre peggio. Il pane si fa più nero, il cibo più leggero, latte non più di un decilitro, dai banchi scompaiono uova, baccalà, fagioli e fichi secchi, castagne, pere e mele. E tanta altra roba. Quello che si può comprare con la tessera non basta a sfamare i figli e comunque non si trova nulla. È l’ora della borsa nera. Gli italiani la chiameranno, quella tessera annonaria, la carta della fame. Cambia colore a seconda dell’età.

No, non è la stessa cosa. La storia non si ripete mai allo stesso modo. La notte sarà meno buia. È solo qualcosa che ci assomiglia, ma fa male lo stesso.