La gente muore di coronavirus? Può succedere in uno Stato che in 10 anni ha tagliato 37 miliardi di euro alla Sanità, mentre ha aumentato le spese militari del 26%…

La gente muore di coronavirus? Può succedere in uno Stato che in 10 anni ha tagliato 37 miliardi di euro alla Sanità, mentre ha aumentato le spese militari del 26%…

22 Marzo 2020 0 Di direzione

La gente muore di coronavirus? Può succedere in uno Stato che in 10 anni ha tagliato 37 miliardi di euro alla Sanità, mentre ha aumentato le spese militari del 26%…

Tagli alla sanità ma non alla spesa militare: così in Italia si è continuato a investire sulle armi…

Negli ultimi dieci anni, secondo la Fondazione Gimbe, sono stati sottratti 37 miliardi di euro alla sanità. La spesa militare complessiva, secondo il rapporto Mil€x, nel 2018 è salita a 25 miliardi di euro (1,4% Pil), segnando un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature

Tagli alla spesa sanitaria ma non a quella militare. In diciotto anni, il finanziamento del Sistema sanitario nazionale italiano è passato da essere il 7% del Prodotto interno lordo nel 2001 al 6,6% nel 2019, secondo i dati analizzati nel suo ultimo rapporto dalla Fondazione Gimbe che, dalla fine degli anni Novanta, si occupa di formazione scientifica e ricerca sulla sanità italiana.

Se il finanziamento della sanità ha subito una riduzione dello 0,4%, non si può dire lo stesso della spesa militare del Paese che, negli ultimi dieci anni, non ha visto riduzioni del suo bilancio ma, al contrario, una crescita costante. A sottolinearlo è MIL€X – l’osservatorio sulle spese militari italiane fondato nel 2016 da Francesco Vignarca ed Enrico Piovesana – che ha evidenziato come nelle ultime legislature la tendenza di crescita della spesa militare sia stata continua: nel 2018 è stata di 25 miliardi di euro, pari all’1,4% del Pil, e ha segnato un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature. Nello stesso anno, le spese per gli armamenti sono state 5,7 miliardi di euro.

A paragonare i dati, e a richiamare l’attenzione sul “devastante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale rispetto all’ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari” sono la Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo che sottolineano la necessità di ripensare il concetto di difesa e di salute pubblica insieme al “ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune” e di attuare una “conversione dal militare al civile”.

Secondo i dati elaborati dalla Fondazione Gimbe, negli anni 2010-2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti oltre 37 miliardi di euro: 25 miliardi di euro nel 2010-2015, come conseguenza dei tagli previsti dalle manovre finanziarie, e oltre 12 miliardi di euro nel periodo 2015-2019 come conseguenza del definanziamento che ha assegnato meno al SSN rispetto ai livelli programmati per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica.

Nel periodo 2010-2019 il finanziamento pubblico è aumentato di soli 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,90% annuo: il tasso non è cresciuto come quello dell’inflazione media annua (1,07%), cioè l’aumento del livello medio dei prezzi, ma è rimasto inferiore. “Questa strategia politico-finanziaria documenta inequivocabilmente che per nessun Governo nell’ultimo decennio la sanità ha mai rappresentato una priorità politica”, si legge nel rapporto della Fondazione. “Quando l’economia è stagnante, la sanità si trasforma inesorabilmente in un ‘bancomat’ mentre in caso di crescita economica i benefici per il SSN non sono proporzionali, rendendo di fatto impossibile il rilancio del finanziamento pubblico”.

Se sono diminuiti i finanziamenti per la sanità, è invece cresciuto il bilancio per il ministero della Difesa. Le sue principali voci sono state analizzate nel rapporto redatto da MIL€X che le ha ricondotte ai costi per gli armamenti, in particolare gli aerei F-35, alle spese per l’adesione dell’Italia alla NATO, ai costi nascosti delle missioni (Mission Need Urgent Requirement) e ai costi complessivi della missione in Afghanistan (8 miliardi) e in Iraq (3 miliardi). Secondo i dati dell’indagine, nel 2018 il budget del ministero della Difesa è stato pari a 21 miliardi di euro, circa il 1,2% del Pil: un aumento del 3% in anno, dell’1% rispetto all’ultima legislatura e del 18% se confrontato con le ultime tre legislature. Ad aumentare sono state anche le spese per gli armamenti: 5,7 miliardi nel 2018, una crescita del 7% in un anno e dell’88% se paragonato alle ultime tre legislature. Nel 2018 i contributi del ministero dello Sviluppo Economico all’acquisto di nuovi armamenti è stato di 3,5 miliardi di euro: un aumento del 30% rispetto all’ultima legislatura e del 115% rispetto alle ultime tre legislature.

Una delle voci più interessanti del rapporto è quella relativa alle spese derivanti dall’adesione del Paese alla NATO, riconducibili sia alla partecipazione alle missioni militari dell’alleanza sia alla quota da versare per il budget militare e civile previsto dal Programma d’investimento per la sicurezza della NATO (NSIP- NATO Security Investment Programme). Nel 2018 il contributo italiano è stato di 192 milioni di euro: circa 125 milioni destinati al budget NATO e 66,6 milioni destinati agli investimenti infrastrutturali. A questi, vanno aggiunti i costi sostenuti dall’Italia per supportare le basi americane nel Paese: sono le spese relative alla realizzazione e manutenzione delle infrastrutture militari statunitensi, alle reti di trasporto e di comunicazione al servizio del personale militare americano insieme alla fornitura degli alloggi, alle compensazioni per i danni e i rimborsi alle comunità locali. La cifra esatta non è resa nota dal 2002, nonostante le interrogazioni parlamentari al riguardo. Nel 2012 uno studio basato sui dati del Pentagono della RAND Corporation, istituto di ricerca non-profit negli Stati Uniti, ha provato a realizzare una stima a partire dai 210 milioni di euro impiegati per la realizzazione della nuova base statunitense all’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Se si ipotizza una contribuzione italiana uguale alle ultime note (41%) alle spese di stazionamento degli ultimi anni, e un numero quasi invariato di truppe americane, la spesa italiana per le basi ammonterebbe a circa 520 milioni di euro l’anno.

Non solo finanziamenti alla Difesa ma anche esportazione di armi. Secondo un rapporto elaborato dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), pubblicato a marzo 2020, nel quinquennio 2015-2019 l’Italia si è collocata al nono posto su 25 nella classifica che registra i principali Paesi esportatori di materiale d’armamento. Anche se è stato registrato un decremento del 17% rispetto al quinquennio precedente, il Paese rientra nella Top 10 dei principali fornitori del mercato internazionale. Esporta principalmente in Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Invece, importa da Stati Uniti, Germania e Israele.

Al primo posto della classifica dei principali esportatori di armi si collocano gli Stati Uniti, seguiti dalla Russia, Francia e Cina. La domanda, invece, viene principalmente dal Medio Oriente e, in particolare, dall’Arabia Saudita. In Europa, oltre l’Italia, i principali esportatori sono la Francia, la Germania, il Regno Unito e la Spagna: il totale delle loro esportazioni corrisponde al 23% dell’export mondiale. Arrivava al 20% nel periodo 2010-2014.