La bomba immigrati e il virus. Tutti quei contagi “silenziosi”

La bomba immigrati e il virus. Tutti quei contagi “silenziosi”

17 Marzo 2020 1 Di direzione

Centri affollati, dove è difficile far mantenere le distanze di sicurezza e dove si sono già verificati i primi casi di contagio: in tempi di coronavirus, ecco lo spauracchio rappresentato dalla questione migratoria

In Italia ci sono centinaia di centri d’accoglienza, sparsi lungo tutto il paese e con al loro interno decine di migranti. Già prima dell’emergenza coronavirus in molti casi si nutrivano forti dubbi sui livelli di sicurezza anche sanitaria delle strutture.

Oggi la questione potrebbe diventare centrale in un momento in cui la distanza sociale ed il rispetto delle restrizioni appaiono misure imprescindibili per combattere l’epidemia da Covid-19. In primo luogo perché ci sono già dei casi di contagio all’interno dei centri. Uno è stato accertato ad esempio a Milano, presso il centro d’accoglienza di via Fantoni.

Al suo interno, racconta Francesco Borgonovo su La Verità, ci sono almeno 160 ospiti. Per fortuna il ragazzo risultato contagiato non presenta gravi sintomi, ma deve stare in isolamento. E questo ha voluto significare l’esigenza di trovare una nuova sistemazione per diversi migranti ospitati all’interno del centro. I compagni di stanza del contagiato infatti, adesso devono sottostare ad un periodo di rigida quarantena ed alcuni locali devono essere sanificati. Si è trovata una soluzione trasferendo una parte degli ospiti in un’altra palazzina, ma l’episodio mette in evidenza la fragilità del sistema di accoglienza in periodi di emergenza coronavirus.

Basta un semplice contagio ed ovviamente devono scattare misure di sicurezza molto rigide. Lo sanno bene anche a Camparada, in provincia di Monza Brianza, dove un caso positivo è stato riscontrato all’interno del locale Cas, il Centro di Accoglienza Straordinario. All’interno della struttura ci sono 120 ospiti, l’isolamento posto ad alcuni di loro ha creato tensioni culminate anche con una pericolosa rissa.

Difficile far rispettare i divieti di assembramento, difficile fare in modo che per ogni migrante e per ogni operatore si rispettino le distanze di sicurezza volte a prevenire i contagi da coronavirus. Difficile pure trattenere all’interno delle strutture gli ospiti, abituati ad uscire durante la giornata o ad avere la possibilità di vivere anche al di fuori degli stessi centri. In alcuni casi aggressioni e tensioni sono arrivate proprio nel tentativo di far rispettare le norme che impediscono di uscire in strada, se non per motivi strettamente necessari.

Ma a preoccupare di più è comunque la situazione interna ai centri. Sui social, i rappresentanti del Coordinamento migranti bolognese hanno lanciato l’allarme: “Molti di noi lavorano uno accanto all’ altro – si legge in un post – notte e giorno, all’Interporto, dove in alcuni magazzini il lavoro è raddoppiato per star dietro alla grande richiesta di merci causata dal panico dell’epidemia”.

“Quando dobbiamo riposare ritorniamo all’affollamento dei centri di accoglienza – scrivono i rappresentanti dei migranti a Bologna – In via Mattei viviamo in più di 200 e dormiamo in camerate che ospitano cinque o più persone, spesso anche dieci, con letti vicini, uno sopra l’ altro. Molte di queste stanze non hanno nemmeno le finestre per cambiare l’ aria. Alcuni dormono in container, anch’ essi sovraffollati, anch’ essi senza finestre. La situazione non è molto diversa in altri centri della città, come lo Zaccarelli e Villa Aldini”.

Persone quindi molto vicine tra loro, non distanti e con assembramenti che continuano a crearsi. Ed a dirlo sono gli stessi migranti, sono proprio loro a lanciare l’allarme. Stesso discorso per quanto riguarda i rider. Qui la situazione potrebbe essere intricata: in tanti, specialmente nelle grandi città, si affidano alle consegne di cibo a domicilio per evitare di uscire. E gran parte di coloro che materialmente portano le ordinazioni a casa, sono migranti in bicicletta che girano senza protezioni, a cui spesso non è stata data nemmeno una mascherina. E che poi, la sera, tornano magari in uno dei tanti centri affollati dove si dorme in stanze anche con letti a castello.

La situazione dunque, sotto il profilo della sicurezza in tempi di emergenza Covid-19, nei centri d’accoglienza appare molto intricata e potenzialmente difficile nella sua gestione.