[Il caso] Italia sempre più “chiusa”. La Ue ci dà 25 miliardi e Ursula dice: “Siamo tutti italiani”

[Il caso] Italia sempre più “chiusa”. La Ue ci dà 25 miliardi e Ursula dice: “Siamo tutti italiani”

12 Marzo 2020 0 Di direzione

Conte compare in tv per un nuovo Dpcm, il settimo in venti giorni. Chiusi bar, ristoranti, negozi di abbigliamento, centri commerciali e mercati. L’asse Gualtieri-Gentiloni spiazza tutti e porta soldi a imprese, famiglie e sanità. La nomina di Arcuri “commissaria” Borrelli, n°1 della Protezione civile

Non è un cataclisma. E’ un aggiustamento. Importante ma non devastante come lo sono stati quelli di sabato e poi di lunedì. Il settimo DPCM, acronimo che oramai tutti sanno leggere come “Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri”, arriva ancora una volta di sera dopo una giornata che ha definitivamente trasformato palazzo Chigi in una war room permanente dove si combatte la guerra contro Covid 19. Non sarà neppure una conferenza stampa, ne ha fatta già una ieri mattina e poi è sempre meglio evitare domande quando si è stanchi. Alle 21 e 40 il premier Conte compare in tivù a reti unificate e dopo aver indorato la pillola con melassa e retorica (“Siamo i più bravi”, “tutto il mondo ci guarda”, “siamo da esempio per tutti”, “restiamo distanti oggi per tornare ad abbracciarci meglio domani”) chiede “ancora un passo in più”. “Chiudiamo tutto” annuncia. “Da domattina – spiega – resteranno chiuse fino al 25 marzo tutte le attività commerciali al dettaglio tranne quelle legate ai beni di prima necessità come cibo, alimentari e farmacie”. Avanti anche uffici pubblici e trasporto pubblico, taxi, bus e treni. Chiudono parrucchieri e centri estetici, bar, ristoranti, gelaterie e pub, i centri commerciali e gli amati mercatini, ma restano aperte edicole, librerie, profumerie, parafarmacie, tabacchi, negozi di fotografia e telefonia e computer, negozi di cibo e accessori per animali, i benzinai, i piccoli alimentari e i pakistani aperti 24 ore su 24, le lavanderie oltre che ferramenta, idraulici, elettricisti.


Non è una serrata

Non è serrata. E meno che mai un lockdown (blocco della produzione) come scattò a Wuhan dopo l’esplosione del virus. Anzi, l’industria, la grande produzione e tutte le filiere collegate sono pregate di andare avanti “pur applicando e rispettando le misure anticontagio”. I ministri Bellanova (Agricoltura) e Boccia (Autonomie) in questi giorni lo hanno ripetuto in ogni occasione: l’Italia secondo paese manifatturiero al mondo, può arrivare al 20% della produzione come è adesso ma non può certo spengere i motori. Dopo, perchè arriverà la fine di questo incubo, sarebbe molto difficile ripartire di nuovo.

Il settimo decreto per “ostacolare la diffusione” del virus Covid 19, è più che altro un aggiustamento e un allineamento che i negozianti auspicavano, a Roma come nelle altre città d’Italia. Il motivo è semplice: restare aperti per battere quattro scontrini e servire 10 coperti in un giorno “è uno spreco di energie e risorse”. Che può aggiungere il danno alla beffa. Ora che ci sono i soldi (il Parlamento ha approvato una manovra di scostamento dal bilancio pari a 25 miliardi, una nuova finanziaria) e quindi sono sicuri indennizzi, semplificazioni e risarcimenti, restare aperti potrebbe significare rischiare di non essere nella lista di coloro che hanno diritto ai risarcimenti. Perchè se chiudi sei risarcito, se non chiudi magari no. Nel dubbio, le associazioni di categoria hanno chiesto la serrata. Hanno iniziato lunedì mattina, appena entrato in vigore il decreto n°5 che ha creato la grande zona arancione al nord. “Entro sarà ancora più dura perchè non gira nessuno e non ha senso che noi restiamo aperti” dicevano i commercianti fermi sull’uscio delle rispettive botteghe a ragionare sul dà farsi. Martedì mattina, quando è entrato in vigore il decreto “io resto a casa”, avevano già previsto tutto: “Due giorni e chiudiamo tutti”. Qualcuno lo aveva già fatto ieri.

La più grossa violazione delle libertà individuali

Tutte le parti politiche rivendicano la paternità di questa scelta. I primi sono stati Salvini, Meloni e Tajani che lo hanno chiesto a Conte martedì mattina. Anche il Pd si è aggiunto ai richiedenti. Tutti a dire “chiusura totale”, altri ad invocare il “lockdown”, che comprende anche il fermo produttivo. Poi sono arrivate le regioni, la Lombardia soprattutto, il Veneto, ma anche Campania, Calabria, Puglia e Sicilia a reclamare la serrata. In questa pasticcio lessicale dove è stata confusa la chiusura degli esercizi commerciali con il fermo produttivo, qualcuno ha giocato al “tanto peggio tanto meglio”. Salvini, ad esempio, fino a pochi giorni fa, nell’intento di dare la linea e dimostrare che il governo fa come dice lui, sosteneva il contrario, ovverosia “produrre, fare, reagire”. Poi ha cambiato idea e ha iniziato ad accusare il governo di “sottovalutare”. Altri hanno più semplicemente ascoltato chi diceva “ormai c’è il deserto, non ha senso stare aperti, ma ce lo deve ordinare il governo”. Conte ha sempre risposto invocando “la gradualità e la proporzionalità”. Del resto il governo sta imponendo a tutti noi “la più grossa violazione delle libertà individuali in tempi di pace” anche perchè fino a domenica pochi hanno capito che la migliore prevenzione partiva da ciascuno di noi. Molti hanno continuato ad avere comportamenti normali, dunque sbagliati. Per non parlare di chi ha approfittato della chiusura delle scuole per organizzare settimane bianche a prezzi scontati, feste, apertivi e cene. O delle famiglie, chi ha potuto, partite in massa dal nord, Lombardia, Veneto e Piemonte, per andare nelle località di villeggiatura al mare o in montagna nella speranza di sfuggire alla grande serrata. Comunque di andare a stare meglio che non in città. Alla fine ieri sera, pur avendo chiesto cose diverse, erano tutti contenti. Anche Pd, Italia Viva e Leu.

“Pandemia”

Anche il Dpcm n°7 è figlio della continua elaborazione ed analisi dei dati e dell’evoluzione della curva epidemiologica. Tre fatti ieri hanno portato a firmare il nuovo decreto che rendono nei fatti spettrali le nostre città. La lettera che il governatore Attilio Fontana ha letto pubblicamente con cui faceva l’elenco di cosa doveva chiudere, a cominciare dai mezzi pubblici. A quella lettera si sono aggiunti i governatori del Veneto (anche qui atteggiamenti contrastanti visto che Zaia domenica voleva sottrarre tre sue province alla zona rossa) e del Piemonte. Liguria ed Emilia Romagna si erano già portati avanti con disposizioni specifiche ad esempio sulla chiusura dei mercati nel fine settimana. Poi sono arrivati i governatori del sud preoccupati da giorni che il virus possa esplodere nei loro territori perchè “portato” dalle migliaia di calabresi (9mila), pugliesi (10 mila) e siciliani (16 mila) tornati nelle rispettive regioni. Un coro unico dal nord al sud. Il premier si è sempre opposto alla serrata, quella vera tipo Wuhan, “così ammazziamo il paese”. Ha iniziato a chiedere “la lista” dei settori merceologici che dovevano chiudere per organicità e logica con l’evoluzione della situazione e le nuove richieste. E perchè è quasi impossibile rispettare la distanza minima di un metro.

Oltre duemila contagiati in un giorno

Il secondo elemento è stata la proclamazione della pandemia da parte dell’organizzazione mondiale della sanità. Il virus è ovunque. Nessuno al mondo si senta escluso perchè purtroppo non è così. Il terzo elemento è stato il bollettino della Protezione Civile. La contabilità non si ferma, non rallenta e continua a crescere. Ieri sera, 11 marzo, i contagiati sono 12462, i decessi 827, i guariti 1045. Ma 150 morti è il record della sola Lombardia che ha anche 560 persone, cento più di ieri, in terapia intensiva. Il decreto n°7 è “l’ultimo step disponibile”, ha detto Conte per provare a fermare il contagio. “Anche se – ha spiegato il premier con la solennità di chi entra nelle case degli italiani alle nove e mezzo di sera – non vi dovete aspettare che queste misure facciano effetto subito”. Gli osservatori delle curve epidemiologiche osservano che il picco del contagio in Lombardia dovrebbe essere in questo fine settimana per poi iniziare a scendere.

Il commissario

Già che c’era il Conte ha approfittato per chiudere anche un’altra partita aperta con le opposizioni e Italia viva. Era stato chiesto un supercommissario per gestire un’emergenza del tutto nuova e su cui il governo ha dimostrato in più occasioni di non avere gli strumenti adatti. Il ritardo di alcune scelte, la sottovalutazione, questa folle produzione di decreti che lascia tutti sconcertanti, dai cittadini a chi deve far rispettare le regole. La totale assenza dell’elemento persuasivo a favore di quello repressivo. Tutto figlio, per buona parte, di una comunicazione sbagliata. “Questo è il coranavirus, non un reality show” ha attaccato Matteo Renzi ieri mattina al Senato durante le dichiarazioni di voto sullo sforamento di bilancio.

Un supercommissario, dunque, uno che sappia gestire questa emergenza con la necessaria autorevolezza, è stata la richiesta delle opposizioni e di un pezzetto di maggioranza. E’ chiaro che una figura del genere sarebbe stata la sconfitta di Conte e l’inizio del suo “commissariamento” . La nomina di Domenico Arcuri, n°1 di Invitalia, va in tutt’altra direzione che poi è quella auspicata dal premier. Cioè non un super commissario dell’emergenza ma un commissario delegato, con poteri anche in deroga, alla gestione degli affari sanitari. Uno che abbia il quadro completo di cosa serve e dove in ciascun ospedale impegnato sul fronte della lotta al virus. Una cabina di regia per garze, mascherine, posti letto, ossigeno, posti di terapia intensiva, infermieri e medici. Arcuri svolgerà una funzione nuova, che purtroppo per ora nessuno ha fatto. E che forse avrebbe dovuto fare Borrelli e la Protezione civile. Borrelli che ieri non a caso Conte ha voluto ringraziare nel messaggio urbi et orbi.

Addio totem del 3 per cento

Fino a metà pomeriggio era stata anche una giornata di buone notizie. Notizie importanti. Il ministro Gualtieri ha chiesto e ottenuto con voto unanime di Camera e Senato (ieri riunite con criteri antivirus) lo scostamento di bilancio per 25 miliardi. Sono soldi subito utilizzabili per aziende e famiglie messe in ginocchio dal virus. Si tratta di una seconda finanziaria, 25 miliardi in extra deficit, l’abbattimento di un totem che si chiama 3% (arriviamo al 3,3%) anche se il ministro Gualtieri ha spiegato che è “prematuro dirlo adesso visto che non sappiamo quanto useremo di questi 25 miliardi”. Numeri e percentuali impensabili fino ad un mese fa e che sono arrivati con la benedizione personale della Commissaria Ue Ursula Von Der Leyen e grazie al lavoro diplomatico e silenzioso ma potente del commissario Paolo Gentiloni. Ursula Von der Leyen ha mandato un video messaggio agli italiani e in perfetto italiano: “Cari italiani, in questi momento difficile voglio dirvi che non siete soli. In Europa stiamo seguendo con profondo rispetto e ammirazione quello che stiamo facendo… L’Italia è parte dell’Europa e l’Europa soffre con l’Italia. In questo momento in Europa siamo tutti italiani”. Forte di queste belle parole Conte si è potuto presentare agli italiani a telecamere unificate subito dopo cena per chiedere ancora sacrifici e di rinunciare alla libertà.