Prove generali di apocalisse differenziata

Prove generali di apocalisse differenziata

11 Marzo 2020 0 Di direzione

Le misure che i vari paesi stanno adottando per contrastare la diffusione del Coronavirus sono simili, ma le ragioni di fondo che spingono i governi a farlo sono molto diverse. Siamo costretti a scegliere fra libertà e salvezza?

Non si capisce se l’arrivo del Coronavirus in Italia annunci la fine della libertà, la fine dell’economia o la fine di Agamben. Probabilmente, direte voi, di nessuno dei tre. Sicuramente, dico io, di tutti e tre, e questi tre eventi sono riassumibili pressapoco come la fine del mondo, o piuttosto la fine di un certo mondo. Prima di dire perché, vorrei tuttavia partire da alcuni dati di fatto che mi sembrano incontrovertibili. Lo dico perché poi non vorrei ritrovarmi a discutere sui fondamenti: cioè uno può benissimo essere climatoscettico, però non venga a parlare con me (io ho smesso). Voglio soltanto fare qualche premessa per dirvi, come Michael Dummett: parto da qui, sono sincero sui miei presupposti.

1) Il primo aspetto della fine della fine del mondo è quello propriamente, apocalittico. Cos’è l’apocalisse, oggi per noi? È la fine del progresso, semplicemente, ovvero la fine dell’idea che i nostri figli staranno, in un certo senso materiale, meglio di noi. In altre parole, si troveranno a pagare i conti di quello che è stato, per almeno un secolo, un certo squilibrio tra commodities e risorse. Il riscaldamento globale, il drammatico crollo della biodiversità (che pure non è necessariamente legato al primo aspetto), l’inquinamento globale da plastica e altri materiali di produzione umana, il picco petrolifero, sono solo alcuni aspetti di un’apocalisse necessaria che dipende dal modo stesso in cui è stato immaginato il progresso. Ovvero come un progresso materiale legato all’intensificazione della produzione e soprattutto alla sua distribuzione in una value chain mondiale, all’interconnessione sempre più grande dei circuiti dell’economia mondiale.

A questo stadio non so nemmeno se vale la pena di parlare di capitalismo (il produttivismo sovietico, per esempio, non faceva meno danni a livello ambientale, il modello cinese è ancora veramente capitalistico?), è un’intera visione del mondo che sta andando in frantumi – o piuttosto, direbbe Wittgenstein, il mondo stesso.

2) Il punto fondamentale, mi sembra, è il livello di coscienza che il grande pubblico ha della cosa: gli appelli di Greta Thumberg, gli orsi polari che penetrano nei villaggi russi, la scomparsa di certe isole, la mortalità degli insetti impollinatori, sono notizie di tutti i giorni che tuttavia ignoriamo o preferiamo ignorare nella vita di tutti i giorni. Perché questa situazione di dissonanza cognitiva? In primo luogo, perché sono inaccettabili e incongruenti secondo il nostro ideale di libertà. Ciò che chiamiamo libertà di scegliere il nostro destino è legato alle possibilità di consumare, ma anche di immaginare il futuro secondo delle opzioni in qualche modo disponibili su un mercato.

Il capitalismo verde è, almeno al livello di questa coscienza collettiva, il miglior compromesso possibile, tra questa libertà di scelta e la sostenibilità globale. Ma sappiamo ancora tutti benissimo che il capitalismo verde non funzionerà, e a parte abbandonarci al sogno di soluzioni tecnologiche della crisi che sono letteralmente sempre di là da venire, bisogna accettare la conseguenza più o meno inconscia. Malthus nel 1798 delineava già chiaramente l’alternativa: o si cambia il modo di vivere (quelli che i francesi chiamavano les moeurs nel diciottesimo secolo, e che aveva più o meno a che fare con sessualità e riproduzione) o si va incontro alla distruzione violenta di una parte sempre più grande della popolazione (ciò che lui chiama positive check ovvero l’aumento della mortalità per epidemia, carestia, guerra, etc.).

La storia umana è piena di esempi in questo senso: la peste nera ha rappresentato la scomparsa del 40% della popolazione europea, la seconda guerra mondiale, il 3% della popolazione mondiale, etc.

Solo che in una versione ulteriore del suo famoso trattato, Malthus, contraddicendo se stesso, delinea una terza via: trasformare, grazie allo sviluppo economico, le «classi estreme» (le classi povere esposte alle distruzioni epidemiche e alla carestia) in classi borghesi, che sapranno controllare meglio la loro natalità grazie alla loro moralità superiore, trasformando il positive check in preventive check. Malgrado l’ironia di Marx ed Engels, che mostravano come la traduzione di positive check in preventive check significasse niente di meno che la messa a morte per fame di una parte consistente del proletariato, è su questa via che – in tempi diversi e con diversi entusiasmi – si è ingaggiato il Mondo (tranne, forse, la Corea del Nord).

La transizione demografica, ovvero il passaggio da un regime di alta natalità e alta mortalità a un regime di bassa natalità e bassa mortalità, che stanno compiendo più o meno tutti i paesi del mondo con calendari e modalità diverse, ne è la prova. E’ di ciò che ci felicitiamo quando diciamo che lo sviluppo economico ha fatto uscire 500 milioni di cinesi e 100 milioni di brasiliani dalla povertà: un certo equilibrio apparentemente virtuoso tra crescita demografica e benessere disponibile. Ora, però, che questo modello si è tradotto in una catastrofe ecologica senza precedenti – antropocenica o capitalocenica, c’è poca differenza –, si torna alla casella di partenza: positive check o preventive check, bisogna scegliere. Poiché siamo incapaci di rinunciare a un certo modello di libertà e quindi ad uno stile di vita, abbiamo scelto, più o meno consciamente (lo ripeto a scanso di equivoci), di consegnare una parte consistente dell’umanità (probabilmente 1-2 miliardi nei prossimi 30 anni, secondo le stime più o meno pessimiste) a morte violenta.

3) Il massacro non arriverà per tutti allo stesso modo, esso dipenderà fondamentalmente da ciò che i collapsologi francesi chiamano l’effondrement (il collasso). Malgrado la polemica che può suscitare una teoria non scientifica e contestabile su molti punti, mi sembra utile partire dalla definizione minimale di collasso: si dà collasso quando lo stato non è più capace di rispondere ai bisogni primari di una parte consistente della popolazione (acqua, viveri, riscaldamento, sanità). Ciò significa che la nozione di collasso è locale e differenziata perché dipende da un certo rapporto tra politica, ecologia e territorio. Il collasso non arriverà di colpo, con gli angeli dell’apocalisse, ma in modo più o meno sensibile in differenti parti del mondo: stati come lo Yemen, il Congo, la Siria o il Venezuela possono, oggi, già dirsi collassati o in via di collasso. L’India è un esempio di fascistizzazione dello stato e di collasso politico-sociale su sfondo di crisi climatica.

Ma più profondamente, il voto negli States per Trump, o per Bolsonaro in Brasile, o Salvini in Italia è un voto di scambio fondato su una promessa: che in base alla propria nazionalità (in realtà in base alla propria appartenenza a un certo gruppo sociale), si sarà tra i salvati e non tra i sommersi.

Parlando all’inconscio collettivo, il leader politico si rivolge al suo popolo promettendogli salvezza e arche di Noé, specie rispetto agli altri – gli stranieri. Nel frattempo negozia in modo più o meno esplicito le condizioni della salvezza con le classi che possono permettersela realisticamente grazie alla continuazione oltre il tempo limite di politiche di crescita le quali, ovviamente, a livello globale, sono completamente insensate.

Questo il panorama. Veniamo ora al coronavirus. Il coronavirus è effettivamente più di un’influenza (come mostra esplicitamente il R0 di 2,5 – ovvero il potenziale di contagio), ma non oggettivamente e in modo, per così dire, assoluto. Direi piuttosto che il coronavirus è più di un’influenza nel contesto che è il nostro.

I paralleli con l’influenza spagnola del 1918 non sono del tutto ingiustificati: allora l’epidemia, che pure era dovuta a un virus che aveva un R0 basso, colpì una popolazione debilitata dalla prima guerra mondiale, in una situazione nella quale le strutture sanitarie esistenti non erano all’altezza del problema. Né la popolazione cinese, né quella europea sono oggi così debilitate, ma in entrambi i contesti c’è un problema comune, quello della capienza degli ospedali e della pertinenza di misure sanitarie all’altezza, ovvero capaci di rispondere ad una domanda di assistenza proveniente dall’utente.

Da questo punto di vista Agamben e Nancy hanno entrambi ragione, ma anche entrambi torto nella misura in cui sembrano ragionare in un orizzonte mondiale omogeneo. In altri termini, la diffusione del coronavirus provoca qui e là le stesse misure di confinamento, ma per ragioni del tutto diverse.

La Cina sta costruendo il futuro post-apocalittico del mondo: un futuro basato sulla pianificazione della crescita economica e l’addomesticamento degli spiriti animali del mercato (il piano colossale di controllo della natalità di qualche anno fa andava già in questo senso); un modello di governo assolutamente non democratico (poiché non si tratta affatto di costruire un consenso attraverso il confronto delle opinioni, ma di retrocedere verso una base comune di valori unificanti il popolo cinese nella marcia verso il dominio del mondo); una biopolitica che risponde a questi criteri, fondata sul controllo totale, disciplinare della popolazione ma anche, contemporaneamente, sull’estensione della protezione sociale e sanitaria a fasce sempre più larghe della popolazione (come dimostra l’ambizioso piano di sicurezza sociale e sanitaria per tutta la popolazione cinese).

Ciò che è veramente inedito in Cina è l’idea stessa della presa in carico statale della salute della popolazione, ciò che genera una domanda nuova, crescente ed esplosiva, una domanda di assistenza sanitaria che prima era presa in carico dalla famiglia, dal villaggio, o semplicemente da nessuno.

In un contesto in cui il coronavirus rappresenta una minaccia di sovraffollamento per strutture sanitarie e ospedaliere ancora fragili ma in via di costruzione, il lockdown permette di contenere l’epidemia entro certi limiti appoggiandosi sulle strutture di uno stato «autoritario» (se questa parola ha un senso in Cina) senza pertanto costituire alcuno «stato di eccezione». I cinesi stessi sembrano consapevoli che quello che sta avvenendo non è null’altro che una tappa nella costruzione dell’avvenire della Cina come unica potenza al mondo.

Veniamo all’Europa e più specificamente all’Italia. Qui non si costruisce nessun modello politico per «il futuro», tutt’al più si gestisce come si può un presente di declino (alla faccia di chi continua a parlare dell’Italia come «laboratorio biopolitico», ma de che? Laboratorio della fine del mondo?).

Come accenna Esposito alla fine del suo intervento, le ordinanze e i decreti promulgati dal governo italiano hanno a che vedere, più che con l’estensione del dominio biopolitico, con la deliquescenza dello stato-provvidenza, e più specificamente delle strutture sanitarie sottoposte a trent’anni di distruzione programmatica dai governi di «dimagrimento» neoliberali e dal new public management.

Peraltro, la situazione è simile se non peggiore, nella Francia dalla quale scrive Nancy dove Macron non solo ha portato a termine la distruzione del concetto stesso di ospedale, ma ha anche scaraventato nel più severo burn out la quasi totalità del personale medico e sta letteralmente facendo morire di fame buona parte del personale amministrativo (ciò che spiega la simpatia generale per il movimento dei gilets jaunes, che non sono l’oggetto di pietà, ma di identificazione per una maggioranza della popolazione). Probabilmente è la consapevolezza di questa distruzione che spinge Nancy ad approvare certe misure di contenimento del virus, soprattutto se si considera che i primi ad essere a rischio sono i più deboli come lui, già affetti da varie patologie, non solo perché più esposti al coronavirus e alle sue conseguenze deleterie ma anche perché esposti al rischio della noncuranza, dell’abbandono insomma, da parte di strutture mediche incapaci di gestire le emergenze anche influenzali perché fondamentalmente ormai prive di risorse.

Ciò che viviamo in Europa, insomma, non è l’estensione della bio-politica come regime di una potenza incarnata dallo Stato che fa vivere e abbandona il surplus alla morte, ma piuttosto assistiamo stupefatti, in questi giorni, alla prova che il neoliberalismo ha letteralmente annullato l’opzione biopolitica moderna, ovvero la capacità di «far vivere» puntando sul circolo virtuoso tra sviluppo economico e popolazione (in senso quantitativo ma anche qualitativo), opzione sulla quale si reggeva da almeno tre secoli la possibilità stessa di ciò che noi «europei» chiamiamo libertà.

Come abbiamo visto questa opzione si è letteralmente e strutturalmente schiantata contro i limiti ecologici che per tutto questo tempo hanno rappresentato l’impensato dello sviluppo. Agamben ha tutte le ragioni di dire che lo stato di eccezione è diventato la regola, attraverso una legislazione liberticida a colpi di decreto: il punto è che uscire dal circolo mortale sviluppo demografico-sviluppo economico implica in primo luogo uccidere la libertà, o almeno ciò che noi chiamiamo libertà. Il virus viaggia infatti sugli stessi circuiti globalizzati che sono il presupposto materiale della nostra concezione della libertà. Per questo, l’emergenza epidemica del coronavirus si presenta, in Europa, nientemeno che nei termini dell’arbitraggio tra libertà e salvezza: la questione di fondo è in che misura lo Stato neoliberale, questa incarnazione terrena e intimamente pericolosa della Provvidenza, può ancora permetterci una salvezza relativa, con quali mezzi, e per chi.

Dispiace fare appello a nozioni così rozze come l’inconscio collettivo per spiegare la psicosi collettiva di questi giorni, ma in un certo senso le misure prese dal governo italiano rappresentano un modo di parlare a questo inconscio, che è già, lo ripeto, un inconscio dell’apocalisse. Il problema centrale, mi sembra, è come dare un’espressione concreta a questo inconscio senza tradurlo nei termini banale di una scelta tra l’egoismo personale e la vita dei poverelli, poiché il problema centrale è ciò che intendiamo per libertà ovvero per azione umana. L’opzione cinese della libertà come controllo del globo non è solo, per quanto ci riguarda, una specie di incubo totalitario: semplicemente per noi, ora e qui, in Europa, non è più un’opzione possibile. La risposta dei partiti autoritari europei, fascisti o nazionalisti, che cercano di venderci una salvezza contro gli altri – i disperati del mondo che saranno i primi a essere i sommersi – in cambio della libertà liberale di scelta e opinione, non è solo moralmente insostenibile, è uno specchio per le allodole che nasconde l’inevitabile guerra di classe tra i sommersi e i salvati da dentro le frontiere. La risposta di fondo, la vediamo tutti: l’unica possibilità di salvare qualcuno implica già di farla finita con una certa idea della libertà come crescita economica, scelta materiale e proprietà individuale. Bisogna ripartire, spinozianamente, non da ciò che ci è permesso, ma da ciò che è possibile. Il virus ci pone ora davanti alla necessità di non lasciare da soli i pochi che si sono già avventurati su questa strada.