I dottori guariti lanciano la sfida: banale influenza

I dottori guariti lanciano la sfida: banale influenza

7 Marzo 2020 0 Di direzione

Il giovane medico che ha contratto il Covid-19: “Questa malattia si supera in pochissimi giorni”

Hanno avuto un forte raffreddore, qualcuno qualche linea di febbre. Se non ci fosse stato il Coronavirus non se ne sarebbe accorto nessuno. Dopo la quarantena a casa, o il ricovero, sono finiti nella casistica dei guariti. Come questa giovane dottoressa dell’ospedale di Piacenza – «Il nome non lo metta perché non vorrei che qualche paziente si allarmasse inutilmente» – finita in quarantena dopo aver combattuto coi farmaci che si era autoprescritta, per quello che sembrava un fastidioso raffreddore che non voleva passare: «Avevo fatto il vaccino antinfluenzale. Poi abbiamo fatto tutti il tampone. Un mio collega stava molto peggio di me. Lui negativo, io positiva».

Racconta ancora lei: «Il raffreddore ce l’avevo da una settimana, dieci giorni, prima che ci arrivassero tutti i pazienti dall’area di Codogno dopo la chiusura del Pronto Soccorso. Come l’ho presa? Un po’ di sconcerto, non me lo aspettavo. E un po’ di preoccupazione, non lo posso negare». Alla fine la sua è diventata una quarantena di famiglia. I genitori con cui vive, fuori dalla porta della sua camera con bagno che le lasciano il vassoio con il cibo, senza entrare. Il fidanzato a casa sua, anche lui in quarantena precauzionale, senza sintomi. «Per fortuna c’è il telefono, la televisione, i libri. Ho usato il mio tempo anche per preparare l’esame di specializzazione. Stare chiusi da soli in una stanza non è piacevole. C’è il rischio di rimanere soli coi propri pensieri».

Adesso che è passata e che tra pochi giorni tornerà in ospedale, è il momento di guardare avanti. «Per strada non porterò la mascherina. Non serve. Altrimenti dovrebbero indossarla tutti. Come esseri viventi siamo soggetti alle malattie. In alcuni posti c’è più rischio di altri. In ospedale, se poi servisse, mascherina, guanti e sopracamice».

Anche E.V. è medico. Lavorava in un ospedale assai vicino alla zona rossa. L’allarme è scattato per un fastidioso raffreddore, complicato da una rinite, l’infiammazione delle mucose del naso, e da qualche linea di febbre. Prima il ricovero in ospedale poi la quarantena a casa, moglie e figli da un’altra parte. «Sto bene. No panico. Per fortuna né la mia famiglia né i miei colleghi sono stati contagiati. Non ho proprio idea di come possa essermi preso il virus. A metà febbraio ero stato al carnevale di Codogno, poi in un bar affollato. Magari c’entra il fatto che ero un po’ debilitato, sotto terapia antibiotica per un problema ai denti».

Mentre guariva, anche E.V. assisteva alla televisione agli assalti ai supermercati, alle mascherine esibite per strada, ai disinfettanti con prezzi da mercato nero: «Le scene apocalittiche che ho visto in questi giorni mi sono sembrate insensate. La cosa più importante è tutelare gli anziani, che sono i più a rischio soprattutto se hanno già altre patologie».

Sta bene anche S., un 28enne di Casalpusterlengo, uno degli 11 comuni della zona rossa in Lombardia. È uno dei compagni di calcetto di M.Y.M., il 38 enne finito in ospedale a Codogno, il paziente 1 da cui è partito tutto. Racconta: «Ho avuto qualche linea di febbre ma poi è passata. Mi hanno fatto il tampone, dopo qualche giorno mi hanno chiesto se stavo bene e poi non mi hanno più chiamato».