Coronavirus, così si abbatte sui cinesi di Puglia

Coronavirus, così si abbatte sui cinesi di Puglia

29 Febbraio 2020 0 Di direzione

Negozi deserti e personale a casa: già 5mila esercizi chiusi in tutta Italia

Hanno provato a resistere in tutti i modi. Pubblicando anche su Facebook le fatture di acquisto del cibo, rigorosamente barese. Ma i pregiudizi, i sospetti, la disinformazione, la psicosi e le bufale su internet e la paura, sono state più letali del Coronavirus. E alla fine il ristorante Red Sky è stato costretto a chiudere. Proprio nell’anno del topo, quello della prosperità, secondo il calendario cinese.

È uno dei 5mila locali che in questi giorni hanno cessato l’attività nel nostro Paese. Tradotto in soldoni, vuol dire 2 milioni al giorno di mancato incasso e una perdita del 70 per cento del fatturato. Se poi consideriamo il venir meno del turismo cinese in Italia, dobbiamo aggiungere altri 500mila euro al giorno in meno.
A Lecce Marco Zhou allarga sconsolato le braccia. In 30 anni di attività, da quando la nonna di Marco («Ho il nome italiano perché sono nato qui»), Xiao Feng Wangi, aprì il ristorante Shanghai e fece breccia nelle abitudini culinari del capoluogo con wok fumanti di spaghetti di soia, alghe, ed altre prelibatezze orientali, il locale non era mai stato semideserto: «Siamo passati da una media di 40 coperti a 5 a serata». I primi ristoranti cinesi in Puglia sono negli anni ‘70-‘80. Chi non si ricorda pollo alle mandorle, riso alla cantonese, gamberi in agrodolce, pollo fritto con limone e frutta caramellata, per anni il must di una generazione curiosa?

Paolo – anche se il suo nome è Jianyun – deriva da una traduzione tutta barese del cognome Bao, che in cinese si pronuncia Pao. Così nel quartiere Carrassi lo hanno ribattezzato Paolo. Lui arriva da un villaggio vicino Wenzhou, la città più grande di riferimento. Ha una moglie, Lin e una figlia, Dora. Dal 2012 è in pianta stabile nella città di San Nicola. Il Red Sky è l’unico posto della città dove si possono assaggiare contemporaneamente le specialità delle cucine italiana, cinese e giapponese «con buffet a volontà in una grande sala dallo stile minimal con cucina a vista», recita la pubblicità. Duecento i posti ora desolatamente vuoti. A nulla sono servite le 1154 recensioni sul sito web con una media di 3.8 stelle su un massimo di 5.
«Non entrava più nessuno – spiega Paolo -. E i costi da pagare erano troppo elevati. Così ho comunicato al Comune la chiusura dell’attività». A casa i dieci dipendenti, tra italiani, filippini, thailandesi e del Bangladesh. «Li considererò in ferie – continua – per un mese. Poi, vedrò».

La comunità cinese in Puglia è laboriosa. Sono 6.108 nell’ultimo censimento, il 4,4 per cento di tutta la popolazione straniera. Hanno negozi di abbigliamento, di casalinghi, sartorie artigianali, gestiscono punti vendita all’ingrosso e ristoranti. La loro presenza registra un +3,9% rispetto all’anno scorso. In testa Bari e provincia (2.406), seguita da Lecce (1.079), Taranto (813), Foggia (728), Bat (632) e Brindisi (450).
Della madrepatria conoscono tutto grazie a Wechat l’app più popolare che riunisce molte funzionalità da noi spalmate su app differenti. Con Wechat si può messaggiare, videochiamare, pagare, inviare link, file, immagini, ricevere servizi grazie all’uso dei Qr code abbinati. Fuori dalla Cina l’utilizzano 100 milioni di cinesi.
Il signor Dao non ha paura del coronavirus, ma è preoccupato. Perché? «Innanzitutto colgo dei cambiamenti all’apparenza impercettibili. Come quando per strada vedo la gente che scende dal marciapiede per non passarmi accanto. Mai successo prima. Poi, perché le nostre attività si stanno lentamente svuotando. Il mio non è il primo ristorante cinese chiuso a Bari. Non si lavora più in un paio di locali in centro, altri negozi hanno abbassato già la saracinesca. La situazione, purtroppo, non può che complicarsi. Lo dico sulla scorta dell’esperienza maturata con il virus della Sars».
Si spieghi meglio…

«Il Coronavirus arriverà anche qui. È una questione matematica legata ai contagi che aumenteranno in maniera esponenziali. Si tratta di capire solo quando, non se e di non farsi trovare impreparati. La comunità cinese in Puglia sta già facendo scorte di riso prodotto in Italia, mascherine monouso e disinfettanti. Semplici precauzioni. Come quella di evitare i luoghi dove c’è molta gente. Oppure le misure di autocontrollo adottate spontaneamente da quei pochi rientrati in Italia dopo il Capodanno cinese. Sono stati a casa per due settimane per evitare eventuali contagi».
Paura ingiustificata, dunque?
«Certo. Viviamo qui da decenni e utilizziamo materie prime italiane. La carne di pollo, ad esempio, la acquisto da Aia e Amadori».
Paolo però non ha perso la voglia di sorridere: «Passerà anche questa. Finora però il conto lo paghiamo solo noi. Intanto abbiamo raccolto soldi per acquistare materiale sanitario da inviare nelle regioni epicentro del virus. Con il blocco dei voli diretti tra Italia e Cina abbiamo trasportato il tutto in Belgio. Qui la merce, specialmente mascherine, è stata caricata su un aereo. Il principio di solidarietà nella nostra comunità sparsa per il mondo, con quanti sono rimasti nella madrepatria, è molto sentito».

Shen Peng è il rappresentante dell’Associazione cinesi di Bari. Nel capoluogo vive da vent’anni e lavora. È riuscito a coniugare la passione per la musica (è un tenore), l’arte e la cultura con l’insegnamento. Nei giorni scorsi ha incontrato il sindaco, Antonio Decaro. Un’operazione anti diffidenza: «Organizzeremo una grande festa per dimostrare che non ci sono problemi». La sala ricevimenti del Baricentro di Casamassima potrebbe essere la location ideale. Stop agli allarmismi, psicosi ingiustificata. Discriminazione e povertà rischiano di fare più danni della malattia.

Da Bari a Lecce. Anzia a Campi Salentina. Dove i titolari di China World hanno scelto Facebook per diffondere un messaggio rassicurante: «Negli ultimi due anni i dipendenti e i responsabili del negozio non sono mai rientrati in patria e hanno vissuto solo ed esclusivamente a Lecce. Non hanno avuto alcun contatto con parenti di origine cinese. Speriamo che questo brutto periodo venga superato e cerchiamo di combattere tutti i tipi di virus, senza attaccare il popolo cinese, che per pura sfortuna si trova coinvolto in questo caso. Vi ringraziamo per l’attenzione e vi aspettiamo tutti i giorni, dalle 8 alle 21». A Cavallino, invece, i titolari di Mio Market, un emporio gestito da cittadini cinesi, a causa della psicosi dilagante, con conseguente crollo del volume d’affari, hanno affisso un cartello scritto a penna: «Ogni nazione è in grado di occuparsi dei propri problemi, non importa quanto faticosamente. Vista la paura del Coronavirus lasciamo la totale gestione al nostro personale italiano. Lo staff».
Purtroppo, in un contesto economico già fragile, questa crisi sicuramente non aiuta. Se l’allarme Coronavirus dovesse durare alcuni mesi, modificando i comportamenti di consumatori e aziende, diventa difficile al momento quantificare le conseguenze economiche. Che sarebbero comunque devastanti.